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Escursioni in Trentino – il blog del forum girovagandoinmontagna.it

Agosto 30, 2019
di Agh
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Sicurezza in montagna con lo smartphone

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Foto CNSAS-FVG-Corpo Nazionale Soccorso Alpino Regione Friuli Venezia Giulia.

In seguito all’incidente mortale di Simon Gautier, l’escursionista francese morto nel Cilento, è tornata alla ribalta la questione di come farsi rintracciare in caso di pericoloProvo a riassumere in sintesi. Lo strumento principale resta lo smartphone, che ormai abbiamo tutti. Proviamo dunque a fare un po’ di chiarezza, specie ai neofiti, su come funzionano le chiamate di emergenza e le relative problematiche. 

LA TUA POSIZIONE COL GPS

Tutti i modelli recenti di smartphone sono dotati di ricevitore satellitare. La rete di satelliti più conosciuta  (sviluppata dal Pentagono per scopi militari negli anni ‘70) è denominata GPS – Global Positioning System, di proprietà americana. Esistono tuttavia altre reti satellitari, che funzionano con lo stesso principio, ovvero una serie di satelliti (una trentina) in orbita attorno alla terra: Glonass (russo), Baido (cinese), Galileo (europeo). Gli smartphone  più recenti possono ricevere i segnali di più reti di satelliti, migliorando la localizzazione con precisione inferiore abbondantemente inferiore al metro! Questo sistema nei luoghi aperti funziona sempre, con precisione variabile ma mediamente molto buona (meno di una decina di metri): questo dipende da quanti satelliti riesce a ricevere contemporaneamente, 4 è il numero minimo per una geolocalizzazione di precisione. Il bosco fitto o le gole rocciose possono peggiorare la precisione, mentre nei luoghi chiusi senza finestre, per esempio un garage sotterraneo, la ricezione si interrompe. Il GPS è indipendente dal campo telefonico, quindi anche senza alcun segnale telefonico il GPS lavora tranquillamente per conto suo. Una o più app installate sul telefono sono in grado, elaborando i dati dei satelliti, di determinare la propria posizione in tutto il mondo, mostrandola su una mappa o fornendo le coordinate espresse in latitudine e longitudine (una serie di numeri). Il GPS quindi riceve i segnali dei satelliti ma non è in grado di trasmettere alcunché. il problema dunque in caso di emergenza è di conoscere la nostra posizione ma di non poterla comunicare. Qui subentrano gli altri sistemi di comunicazione del telefono.

COME COMUNICA IL TELEFONO CELLULARE

La voce e i dati della connessione internet viaggiano nell’etere tramite diversi protocolli di comunicazione che si sono evoluti nel tempo: dal primo GSM fino al 3G, 4G e ora il 5G (dove “G” sta per generation). La copertura è variabile e dipende dalla infrastruttura del gestore sul territorio (ripetitori). In caso di campo debole (es in montagna), il semplice SMS è il mezzo che ha più probabilità di funzionare. E’ chiaro tuttavia che senza campo da parte di nessun operatore telefonico, è impossibile comunicare.

IN MONTAGNA CON LO SMARTPHONE

Le reti telefoniche cellulari sono diffuse principalmente nelle città, ovvero dove ci sono più persone. In montagna e nelle zone disabitate il segnale può essere debole o addirittura assente. La copertura come detto dipende dal nostro operatore, per cui in una certa zona ci può essere il segnale di uno o più operatori. Quando si chiama un numero di emergenza tuttavia (112), la chiamata utilizza automaticamente un qualsiasi operatore che abbia campo in zona

COSA SUCCEDE IN CASO DI INCIDENTE

Se si riesce a telefonare, si compone il 112. Gli operatori sono in grado di ottenere una prima localizzazione di massima mediante le celle telefoniche a cui è ”agganciato” il telefono. La situazione ideale è quando il telefono è connesso a più celle per poter fare una triangolazione. Le celle telefoniche che coprono il territorio tuttavia hanno una dimensione variabile: nei territori scarsamente abitati, come in montagna, possono coprire aree molto vaste. Se il telefono aggancia una sola cella, lo localizzazione è molto approssimativa e l’area può essere di molti chilometri quadrati: questo chiaramente è un grosso problema se si deve cercare qualcuno in pericolo. 

Per una localizzazione più precisa, se il chiamante non sa dire dove si trova, la centrale di soccorso può sfruttare ulteriori sistemi incorporati nei telefoni: ELS (Emergency Location Service) e AML (Advanced Mobile Location): il primo per Android, il secondo per iPhone. Entrano in funzione automaticamente quando si compone il 112, ricevendo le coordinate GPS direttamente dal telefono tramite connessione dati o SMS. Questo sistema di geolocalizzazione però non è implementato su tutti gli smartphone (solo in quelli più recenti) e non funziona ovunque (in Italia solo in certe regioni e province). Per risolvere questa confusione una direttiva Europea obbliga i Paesi UE ad adeguarsi nel 2020. 

In alternativa esiste un ulteriore sistema, l’SMS Locator: la centrale invia un sms al chiamante, che deve rispondere cliccando su un link che attiva l’invio delle coordinate GPS. Purtroppo questo sistema per via delle norme sulla privacy implica che l’utente debba rispondere all’SMS cliccando sul link inviato: un grosso limite nel caso in cui sia gravemente ferito o impossibilitato ad operare sul telefono. Altro metodo, se il chiamante è in grado di interagire, è la condivisione della posizione tramite Whatsapp (se installato sul telefono) o Google Maps: in questo caso l’operatore di centrale guida il chiamante nella procedura. 

NB: il numero unico 112, per questioni burocratiche e organizzative, non è attivo in tutte le regioni italiane. Funziona invece in tutti i paesi europei e molti altri nel mondo, inclusi Russia e USA (negli USA componendo il 112 si viene dirottati automaticamente sul loro numero unico che è il 911).

LA APP “112 WHERE ARE U?

E’ una delle app migliori, anche se non l’unica, per fare chiamate di soccorso. E’ gratuita ed è cosa saggia installarla sul telefono, configurarla e prendere confidenza, ci vogliono solo pochi minuti. Si possono fare anche chiamate “mute” (es se feriti e non in grado di parlare, o per esempio durante una rapina).

La chiamata tramite l’app trasmette automaticamente le vostre coordinate alla centrale di soccorso, tramite connessione dati oppure, se questa non è possibile, tramite SMS. La app attiva il GPS anche se è disattivato. Where Are U è scaricabile gratuitamente per Android o Apple . Anche questa app tuttavia diventa inutile se non c’è il segnale di nessun operatore. In questo video è spiegato come funziona.

SEMPRE REPERIBILI COI TRASMETTITORI SATELLITARI

Tutti i limiti dello smartphone legati alla possibile mancanza di campo, sono superati dai dispositivi satellitari bidirezionali, in grado di trasmettere la propria posizione e i propri movimenti (oltre a messaggi di testo o email) attraverso la rete satellitare IRIDIUM, quindi in tutto il mondo. Costano grosso modo quanto uno smartphone di fascia media, bisogna inoltre pagare un abbonamento. Un esempio è il dispositivo inReachMini di Garmin, acquistabile su Amazon. Per chi ha l’ossessione della sicurezza, uno strumento satellitare è la soluzione migliore per farsi rintracciare e seguire in qualunque parte del globo. 

SMARTPHONE, ORIENTAMENTO, BATTERIA

Quando si affronta una escursione, il nostro smartphone è un ottimo strumento GPS col quale possiamo sapere sempre dove siamo, indipendentemente dalla presenza di campo o meno. L’app che hanno tutti già preinstallata sul telefono è Google Maps, le cui mappe tuttavia hanno un dettaglio molto scarso in montagna. 

Meglio utilizzare app cartografiche specifiche, come ad esempio l’ottima MyTrails (disponibile gratis per Android nella versione di prova, oppure al costo di pochi euro) che include mappe più dettagliate adatte per l’escursionismo (Kompass, e altre mappe basate su OpenStreetmap come Umaps o Opentopomap), che possono essere scaricate sul telefono e quindi utilizzabili in assenza di campo (molto importante). 

La app può anche registrare la traccia del nostro percorso (per esempio mentre si cercano funghi), mostrandola sulla mappa: in caso di problemi, è un gioco da ragazzi seguire il percorso a ritroso. Il grosso problema dello smartphone è la durata della batteria: per farla durare il più possibile è bene attivare il risparmio energetico, togliere il bluetooth e la connessione dati. La cosa migliore è inserire la modalità “aereo” in modo che il telefono non consumi energia inutilmente per cercare il segnale. Utilissimo avere una batteria di ricambio: se il telefono non consente di sostituire la batteria si può utilizzare un powerbank per la ricarica (sono quelle piccole “saponette” da collegare al telefono con un cavetto). In ogni caso è sempre opportuno avere con sé la tradizionale mappa di carta! (il telefono si può rompere o scaricare completamente).

by Agh 09/2019

Settembre 16, 2018
di Agh
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Translagorai, il grande imbroglio

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Lago Lagorai

Se qualcuno avesse proposto di fare, di punto in bianco, un ristorante con 40 posti a Malga Lagorai ci sarebbe stata probabilmente una sollevazione popolare. Ma sono stati furbi, bisogna ammetterlo…

Hanno mimetizzato tutto sotto la foglia di fico della “Translagorai”, la traversata della Catena, così in tanti se la sono bevuta. 3,6 milioni di euro stanziati, di cui ben 3 riguardanti interventi edilizi. Si è sostenuto spudoratamente che questo progetto è nato con l’intenzione di favorire coloro che intendono fare la traversata a piedi. Peccato che nessun intervento, neppure un bivacco, sia previsto in quota dove servirebbe: tutti gli sforzi, soprattutto edilizi, si concentrano in basso, lontani dal percorso in quota, con la realizzazione di tre malghe trasformate in ristoranti.

Il Lagorai non ha alcun bisogno di essere “valorizzato”, e men che meno “riqualificato”. Termini che sono ormai diventati sinonimo puntuale di scempio e sfruttamento. La Cappella Sistina ha forse bisogno di essere valorizzata? No! Anzi, si devono regolamentare gli accessi per non deteriorarla, non aumentarli!

Lago Lagorai con la malga

Questo subdolo tentativo di sfruttamento commerciale del Lago e Malga Lagorai è con tutta evidenza funzionale agli interessi economici della vicina stazione di sci del Cermis, e va quindi fermato. Altrimenti sarà l’inizio della fine: l’unica area wilderness rimasta miracolosamente senza speculazione (quasi), sarà perduta per sempre. Qualcuno può davvero sostenere che non c’è abbastanza turismo in Trentino? Che non ci sono abbastanza impianti di sci? Dobbiamo davvero colonizzare ogni angolo di Trentino con lo stesso identico modello di sviluppo?

Il Lago Lagorai è uno degli ultimi santuari naturali rimasti quasi integri, in cui si deve entrare in silenzio e in punta di piedi. Altro che ristorante da 40 posti!

Per chi vuole saperne di più:
Critica ragionata al progetto (scellerato) della Translagorai

Settembre 11, 2018
di Agh
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In Trentino i parchi usati solo per fare marketing

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Lago Lagorai: anche in questo santuario naturale incombe la minaccia di un demenziale progetto di “valorizzazione”

Gigi Casanova, lo storico ambientalista tra i fondatori di Mountain Wilderness, lancia un duro atto d’accusa sulla gestione dell’ambiente trentino

Nel fine settimana a Trento si terrà un evento sulle aree protette “Reti e strumenti di gestione per le aree protette”. Contemporaneamente in Val Rendena si conclude un altro appuntamento di spessore internazionale, l’8° conferenza UNESCO dei geoparchi nel mondo. Due eventi fra loro diversi che dimostrano l’attenzione che la politica trentina rivolge alle aree protette. L’evento del Brenta poggia su solide motivazioni, il parco naturale provinciale Adamello Brenta è inserito nella rete internazionale dei geoparchi e si sta ponendo all’attenzione come punto di riferimento strategico nel confronto mondiale.

Gigi Casanova

Non dimentichiamo che le Dolomiti hanno ottenuto il riconoscimento di patrimonio internazionale anche grazie a una specifica, unica, straordinaria geologia. Il tema della gestione delle aree protette mette invece in luce tante criticità. Il convegno di Trento del 14 settembre nemmeno le sfiorerà, per come è stato organizzato, per i relatori chiamati al confronto affascinati dall’azione di marketing della nostra provincia. Come spesso accade nei confronti pubblici organizzati dalla Provincia è assente la voce dell’ambientalismo. Eppure all’inizio della legislatura e nel corso di tutta la precedente noi ambientalisti abbiamo offerto all’assessore uscente Mauro Gilmozzi e ai dirigenti del Servizio Conservazione la massima collaborazione.

Abbiamo sostenuto l’idea e la pratica delle reti delle riserve per indicare la necessità di dare valore naturalistico al territorio intero, quindi uscire dai confini dell’area protetta, abbiamo sposato (con qualche ragionata e alla fine più che motivata perplessità) l’investimento nella conservazione attiva del territorio, abbiamo sostenuto con energia, ovunque, il progetto di Dolomiti UNESCO, nonostante mille perplessità abbiamo contribuito, da protagonisti, alla stesura delle linee guida dello spezzatino gestionale imposto al parco nazionale dello Stelvio.Questa nostra collaborazione, stimolante quando rispettosa del ruolo delle parti, è stata umiliata con stupefacente continuità dall’assessore e dai funzionari.

Abbiamo visto la Fondazione Dolomiti UNESCO trasformarsi in un appendice delle Aziende di promozione turistica. Nessuno dei progetti o degli scenari discussi nei tavoli di confronto fra il 2015 e 2016 ha trovato attuazione. Le Reti delle riserve, a parte qualche debole iniziativa locale, hanno abbandonato il tema delle conservazione e hanno investito quasi unicamente nello strutturare sinergie fra comparti economici, in modo specifico fra turismo e agricoltura.

Nel corso degli ultimi anni i due parchi provinciali, Paneveggio – Pale di San Martino e Adamello – Brenta sono stati privati di ogni minima risorsa destinata a investimenti o a potenziamento del personale. Il loro bilancio è pura gestione di cassa, viene utilizzato al 100% nel sostenere la struttura e pagare il personale: i parchi sono così stati privati di ogni autonomia gestionale e di credibilità nei territori.

Si è cancellata la figura del guardiaparco, un atto di miopia indicibile, ma non casuale, non si vuole sorveglianza sul territorio. Per di più, specialmente nel parco dell’Adamello, tutto viene gestito assecondando i desideri delle società funiviarie: collegamento Pinzolo – Campiglio, potenziamento delle aree sciabili anche in zone di riserva integrale, nuove piste di sci, bacini di innevamento, eventi motoristici e musicali inconcepibili nelle alte quote, organizzati a volte anche senza attendere il parere dell’ente parco.

Come ultima istanza, dopo mille promesse di maggiore attivazione della cabina di regia delle aree protette, si era stati coinvolti in un lavoro in armonia con la Fondazione Dolomiti UNESCO per arrivare a limitare se non a cancellare completamente eventi non consoni con i principi e le azioni conservative: eliturismo, concerti, gare motoristiche, pubblicità aggressive, controllo severo dei percorsi dedicati alle bike, attenzione a non aggravare la già insostenibile infrastrutturazione delle alte quote, evitare che i rifugi si trasformino in alberghi, apertura di viabilità in aree sensibili al traffico privato. L’insieme del progetto era teso a rispondere ai temi sollevati dalla mozione della consigliera provinciale Donata Borgonovo Re, una mozione che chiedeva sobrietà e attenzioni specifiche verso le alte quote, mozione approvata dal Consiglio provinciale. Una volta avviato il gruppo di lavoro, come accaduto in troppe situazioni, queste persone, tutti volontari e impegnati a titolo gratuito, non sono mai stati convocati.

E’ evidente come alla provincia i parchi interessino solo come cartolina, sono enti che servono a illudere un certo turismo attento solo all’immagine e privo di sostanza, specialmente culturale. Nel convegno del 14 settembre (nessun ambientalista è stato coinvolto nella organizzazione) sarebbe opportuno che l’assessore uscente spiegasse cosa intende per partecipazione, come intenda costruire condivisione. Dal suo agire abbiamo dedotto che l’invito alla partecipazione nel suo lessico ha valore solo quando l’associazionismo volontaristico acconsente. Si lascia gestire come un burattino. Non appena solleva criticità o aspetti problematici, o meglio contraddizioni, non appena si permette di accusare la provincia di utilizzare quanto rimane dell’ambiente naturale per sostenere il più banale dei messaggi pubblicitari, di mercificare termini strategici come sostenibilità e interesse generale, queste risorse culturali ben diffuse in Trentino vengono umiliate, non vengono nemmeno più convocate. Esempi? Parco dello Stelvio, Reti delle riserve, motorizzazione delle alte quote, politiche e risorse destinate ai parchi.

E non ultimo la farsa della Translagorai, un progetto costruito nel fortino della Provincia accanto a alcuni comuni fedeli all’assessore di Fiemme e alla Magnifica Comunità. Un progetto che ha due scopi: sostenere con altre attività, specialmente estive, l’azione della società funivie del Cermis (via ferrata, la malga Lagorai trasformata in rifugio con posti letto e ristorante, malga Cadinello, malga Valsorelo e prossimamente il ponte tibetano sul lago Lagorai), e avviare una penetrazione antropica sempre più diffusa nel tempo in un territorio che è rimasto ultimo santuario naturale del Trentino.

Questa è la triste realtà che ci è stata sbattuta in faccia negli ultimi due anni. Noi ambientalisti, io per primo come rappresentate delle associazioni ambientaliste in cabina di regia, avevamo concesso ampia fiducia all’assessore e ai dirigenti della provincia. A fine legislatura devo ammettere di aver sbagliato, di essermi illuso, di aver profuso energie a sostegno della credibilità di questo progetti lungo tutta la penisola italiana. Sbagliando, ero solo usato in modo cinico da un assessore privo di sensibilità. A gennaio avevamo riflettuto anche sulla necessità di uscire da tutte le commissioni provinciali dove siamo presenti. I comportamenti descritti sul tema aree protette erano identici a quelli delle altre commissioni. Abbiamo ritenuto di non farlo per non venire strumentalizzati politicamente in prossimità delle elezioni provinciali. Sicuramente abbiamo sbagliato, io per primo. Come si legge da queste mie note l’ambientalismo associativo trentino, anche quando coinvolto in conflitti severi, ha sempre dimostrato dignità e responsabilità.

Purtroppo l’istituzione provinciale e chi la rappresenta ha fatto il possibile per offendere le nostre sensibilità, per demolire la credibilità di ogni processo partecipativo. Chi si appresta a gestire la prossima legislatura si farà carico dei problemi e delle criticità sopra evidenziate? A leggere i quotidiani e presunti programmi elettorali la realtà sarà ancora più deprimente.

Luigi Casanova
Rappresentante delle associazioni ambientaliste trentine nella Cabina di regia delle aree protette e dei ghiacciai.

Gennaio 31, 2018
di Agh
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Ramponi o ramponcini?

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C’è molta confusione riguardo l’uso dei ramponi e dei ramponcini. Vediamo di fare un po’ di chiarezza, anche alla luce dei molti incidenti accaduti in montagna di recente a causa di condizioni piuttosto particolari, con la presenza diffusa di ghiaccio e lastroni.

In certe condizioni, va detto chiaramente, le cime, le dorsali e i crinali sono delle trappole mortali e bisogna saper rinunciare se non sufficientemente esperti ed adeguatamente equipaggiati.

Anzitutto bisogna distinguere tra i ramponi classici da alpinismo, e i ramponcini o ramponcelli da escursionismo. Vediamo le principali differenze.

Rampone da alpinismo

Ramponi per alpinismo

E’ il classico rampone usato dagli alpinisti, a 10 o 12 punte. E’ l’evoluzione delle vecchie scarpe chiodate o delle grappelle (o grappette)  che utilizzavano un tempo i boscaioli e i cacciatori per muoversi in inverno sui terreni ghiacciati. Il rampone moderno è utilizzato per percorsi alpinistici su neve dura o ghiacciata, oppure ghiaccio vivo come quello delle cascate. I vecchi  ramponi si fissavano allo scarpone mediante cinghie e fibbie, oggi sono più utilizzati i sistemi di fissaggio con attacchi rapidi a scatto (automatici), che richiedono l’uso di scarponi rigidi (predisposti per l’uso di ramponi) ed una perfetta regolazione sulla misura della scarpa in modo che non vi sia alcun gioco.

PRO: massima affidabilità nella progressione su nevi dure e ghiacciate e su pendii ripidi. Si utilizzano in combinazione con una o due piccozze

CONTRO: richiedono una certa pratica nell’uso ed una camminata con le gambe  leggermente divaricate, per evitare che le punte dei ramponi possano impigliarsi negli scarponi, nelle  ghette o nei pantaloni. Su terreno misto di ghiaccio e roccia o con poca neve, le punte molto pronunciate possono causare inciampi pericolosi e anche cadute, a volte con l’infilzamento delle punte affilate in un polpaccio!  

 

Ramponcino da escursionismo

Ramponcini o ramponcelli per escursionismo

Si sono imposti nella pratica dell’escursionismo in anni relativamente recenti, per la loro utilità e comodità d’uso. Si adattano facilmente a qualsiasi scarpa o scarpone tramite una fascia elastica, le punte sono più corte rispetto ai ramponi classici e permettono di affrontare con buona sicurezza strade forestali e sentieri innevati o con neve ghiacciata, purché non eccessivamente ripidi.

 

PRO: di poco peso e ingombro, stanno in una tasca, si mettono e si tolgono rapidamente, hanno un costo contenuto (da 25 a 50 euro). La camminata, a differenza dei ramponi classici, è molto naturale e dopo pochi minuti ci si dimentica quasi di averli. Anche la marcia con poca neve, su sassi o asfalto rimane comunque piuttosto agevole. I ramponcini permettono di evitare pericolosi scivoloni su neve dura o ghiacciata. Una banale caduta su una lastra di ghiaccio può provocare forti contusioni e nei casi più gravi anche fratture agli arti o alle articolazioni. Si utilizzano di regola in abbinamento coi bastoncini (quattro appoggi sono meglio di due).

CONTRO: NON sostituiscono i ramponi classici da alpinismo: sui pendii ripidi la fascia elastica di gomma non garantisce un’adeguata tenuta alla scarpa, per cui possono sfilarsi creando situazioni potenzialmente pericolose. Da evitare quindi su pendii ripidi di neve dura o ghiacciata, e a maggior ragione se sono esposti su costoni ripidi o precipizi.

CONCLUSIONI: la scelta di utilizzare ramponi classici e ramponcelli deve essere quindi determinata dal tipo di percorso che intendiamo affrontare e dal nostro grado di preparazione. Raccomandare i ramponi classici sempre e comunque come abbiamo visto su alcuni giornali, specie a chi non è sufficientemente esperto, magari per andare solo su una forestale, può essere altrettanto pericoloso che usare i ramponcelli sui pendii ripidi. Insomma sale in zucca, sempre!

Dicembre 1, 2017
di Agh
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Storie d’altri tempi: la Cros de la Cauriòta

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Il M. Cauriol con Passo Sadole

Anastasia Sperandio era una ragazza di 21 anni, originaria di Caorìa nel Vanoi.

Come tanti giovani valligiani dell’epoca, stiamo parlando degli anni ’20, andava a fare lavori stagionali in Val di Fiemme o in Alto Adige per raggranellare qualche soldo, attraversando il Lagorai a piedi dalla Forcella Sadole, ad oltre 2000 metri di quota.

Dopo l’ennesima stagione di lavoro, venne novembre e il tempo di tornare a casa. Giunse a Ziano verso sera del sabato 12 novembre dell’anno 1927, col treno a vapore costruito dagli austriaci. Qui trovò accoglienza dalla famiglia Vanzetta per trascorrere la notte. Il mattino dopo, nonostante il maltempo e i consigli di desistere, la giovane si avviò per la lunga marcia verso Forcella Sadole sotto una pioggia battente. Quel giorno aveva appuntamento col fratello Antonio al passo, che le sarebbe venuto incontro: egli però non salì per via del tempo pessimo convinto che la sorella avesse fatto altrettanto.

Il Bait del Pastore, il Cauriol a sx e il Passo Sadole a dx

Anatasia aveva una gran voglia di tornare a casa. Poco sotto il valico fu sorpresa da una tempesta di neve. Cercò inutilmente rifugio ma, sfinita dal freddo e dalla fatica, morì assiderata vicino ad un masso dove aveva tentato di trovare riparo. Fu ritrovata qualche giorno dopo nei pressi del Maseròn, vicino al Pian delle Maddalene, a quota 1800, semisepolta da una coltre di 60 cm di neve.

La targa commemorativa al Maseròn

La croce in ricordo Anastasia Sperandio

Quando la notizia arrivò in valle, giù nel Vanoi, i genitori si trovavano in montagna, a badare agli animali, e non poterono assistere al funerale della figlia. In Val Sadole ora si trova una piccola croce in omaggio alla “Cauriòta”. Ogni anno il Gruppo Alpini di Caorìa celebra una piccola commemorazione.

Anastasia Sperandio 1906 † 1927

Novembre 6, 2017
di Agh
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Innevamento artificiale: avanti verso la catastrofe ma con ottimismo!

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Pista senza neve nella splendida Val Jumela, in Val di Fassa: sacrificata sull’altare dello sci

Quando ho iniziato a sciare, verso gli anni ‘70/80, i cannoni da neve praticamente non esistevano. La neve naturale c’era sempre.

Si è iniziato ad usare i cannoni in modo sporadico per innevare tratti di pista “difficili”, magari esposti a sud, o piste a bassa quota dove la neve non durava abbastanza. Nel giro di pochi decenni la scarsità di neve ha fatto diventare l’innevamento artificiale da marginale a strutturale: oggi le piste sono quasi tutte innevate artificialmente.

Quindi, riassumendo:

1° problema: non c’è più neve naturale, la fabbrichiamo in casa
2° problema: non c’è abbastanza acqua, fabbrichiamo bacini di accumulo
3° problema: non c’è più il freddo, fabbrichiamo bacini più grandi per sfruttare le “finestre” di freddo sempre più corte.

Buffaure, 3 novembre 2017

Buffaure 3 novembre 2017

Alla faccia della lungimiranza

Siamo a un drammatico raschiamento del fondo del barile: il cambio di clima dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, oltretutto dura ormai da decenni, eppure si va avanti ciecamente ancora nell’industria dello sci, a investire montagne di quattrini, spesso pubblici. Con l’aggravante di incidere ancora più pesantemente sull’ambiente: prosciugando torrenti, sorgenti, falde, danneggiando flora e fauna, consumando enormi quantità di energia, di acqua, consumando suolo e distruggendo ancora paesaggio.

Buffaure 3 novembre 2017

La strategia è chiara: bacini di innevamento sempre più grandi

Dunque il freddo naturale è diventato anch’esso una “risorsa” sempre più scarsa, che bisogna sfruttare velocemente quando c’è. Infatti è scattata la corsa a nuovi bacini per varie stazioni di sci come Folgaria, Panarotta, Bondone, Pampeago, Castrozza eccetera. Molte sono le stazioni decotte che in questo modo sperano, con l’ennesimo aiuto finanziario della Provincia, di sopravvivere o almeno di prolungare l’agonia. Tirare a campare: questo sembra essere l’imperativo di tutti, perché cambiare modo di pensare, trovare delle alternative per uscire dal tunnel non è contemplato da nessuno. La vicenda di Passo Rolle – La Sportiva è tragicamente illuminante di quanto politici e impiantisti nella loro irrimediabile cecità vadano sempre a braccetto.

Il bacino di Montagnoli a Campiglio

Il bacino per l’innevamento di Montagnoli da 200.000 metri cubi è il più grande d’Italia.

Il nuovo invaso è in grado di innevare le piste in sole 120 ore di freddo sfruttando al massimo le basse temperature. Le finalità sono spiegate direttamente dal direttore di Funivie Campiglio, Francesco Bosco, intervistato da Greta Rigon per la sua interessante tesi di laurea “Interpretazione di un paesaggio in trasformazione: il caso del bacino di innevamento artificiale di Montagnoli a Madonna di Campiglio in Trentino” (2015/2016, pag 184).

Intervista di Greta Rigon a Francesco Bosco sugli scopi del bacino di Montagnoli:

“Il fine è quello di poter avere acqua in quantità per permetterci di innevare le nostre piste. 

Uno dei problemi grossi di Campiglio… è che noi prima della realizzazione del bacino avevamo solo 13.000 metri cubi di acqua stoccata che era niente, assolutamente niente… perché una della situazioni che si è venuta a creare in questi anni e l’abbiamo verificata sia questo inverno che l’inverno scorso, è che le finestre…come le chiamiamo noi le “finestre di freddo”, arrivano molto velocemente, ma anche molto velocemente se ne vanno via. Perciò nel giro di una settimana… tu devi avere moltissima acqua da poter sparare per innevare il maggior numero di piste”.

Resta la domanda fondamentale

Ingrandiremo via via negli anni i bacini di innevamento proporzionalmente alla riduzione dei periodi di freddo? E quando il freddo non ci sarà più e sarà impossibile fabbricare neve, cosa faremo di tutta l’inutile ferraglia con cui abbiamo ricoperto e devastato tutte le nostre montagne?

Settembre 12, 2017
di Agh
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La mappa ufficiale SAT con tutti i sentieri sul cellulare

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La schermata di MyTrails con la mappa ufficiale dei Sentieri Sat

La SAT – Società Alpinisti Tridentini ha da tempo realizzato una propria cartografia dedicata, con tutta la sentieristica ufficiale del Trentino.

Sulla mappa sono riportati i vari punti di interesse con schede informative (località particolari, bellezze naturalistiche, rifugi, bivacchi etc). Inoltre cliccando sui sentieri si apre una scheda con tutte le caratteristiche tecniche: numero del sentiero, punto di partenza e arrivo, lunghezza, dislivello, difficoltà, tempo di percorrenza etc.
Naturalmente grazie al Gps del cellulare è possibile vedere la propria posizione in mappa.
In attesa dell’app ufficiale che dovrebbe essere disponibile prossimamente, grazie all’app MyTrails è già possibile visualizzare la mappa SAT sullo smartphone. E’ possibile anche scaricare la mappa sul telefono per usarla quando non c’è campo per la connessione dati. Basta seguire questi passi descritti in questo post pubblicato nel nostro forum girovagandoinmontagna.com.

Agosto 18, 2017
di Agh
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Stampa responsabile del clima d’isteria sull’orso

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L’Assessore Problematico e il Governatore Dannoso

Sulla vicenda degli orsi la stampa locale ha dato il peggio di sé

Dopo l’indegno articolo sulla donna aggredita in sogno dall’orso (!), ho scritto questa mail al quotidiano l’Adige, che NON ha pubblicato. Non c’è problema, ecco il testo.

La stampa locale è tra i principali responsabili del clima d’isteria collettiva riguardo l’orso. Il quotidiano “L’Adige” in particolare si è tristemente distinto, e non da ieri, per una sistematica campagna di esasperazione degli animi. Qualunque fatto riguardasse l’orso, anche il più futile, era pubblicato con esagerata enfasi e titoloni strillati.

Il tutto per raccattare qualche click online e vendere qualche copia in più in edicola. Ritengo che il giornalista abbia però, oltre alla ovvia necessità di vendere la propria mercanzia, anche una responsabilità sociale (deontologia?). In un progetto così difficile come il ripopolamento dell’orso, in cui il Trentino si è coraggiosamente (o temerariamente?) impegnato, la clava mediatica e spregiudicata della stampa può avere effetti nefasti e determinarne un misero fallimento. Un fallimento che a ben vedere non giova a nessuno: al Trentino, ai trentini e infine anche ai poveri orsi, protagonisti loro malgrado di quella che è ormai diventata una tragica farsa.

Non saprei infatti come altro definire la rimozione di un’orsa che fa l’orsa, che difende cioè la prole da una intrusione. Tanto valeva mettere dei pupazzi se questa è la concezione che troppi trentini, a cominciare dai loro governanti, hanno degli animali selvatici.

Con la pubblicazione della notizia (sic) della donna finita all’ospedale perché aggredita dall’orso in sogno (!), si è davvero toccato il fondo. Il fondo del ridicolo e anche del giornalismo, che con questo genere di notizie offre uno spettacolo avvilente di se stesso. Un giornale serio dovrebbe essere un punto di riferimento, una fonte affidabile dove il lettore possa trovare notizie vere e non bufale o stupidaggini demenziali come questa. Se anche la stampa si mette a rincorrere le scemenze del web, è la fine.

PS: alla luce della tragica fine di KJ2, ora si vede bene come il giornale L’Adige, sempre lui, stia facendo lo stesso giochetto, quello di soffiare sul fuoco, di “scaldare colla” come diciamo noi trentini: dando voce e spazio alle frange più estremiste e demenziali degli animalisti. Ebbene questo modo di fare informazione de l’Adige mi fa schifo. Non comprerò più una sola copia del giornale in vita mia: lo considero tra i responsabili morali della morte di Daniza prima e di KJ2 adesso. Invito chi non ha condiviso questa indecente campagna giornalistica a fare altrettanto.

Agosto 18, 2017
di Agh
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Orsi, quel che resta dell’orrore

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Un giorno forse proveremo ribrezzo per quel che abbiamo fatto all’orsa KJ2

Quando sento il governatore Ugo Rossi (stra)parlare di orsi, con la sua sicumera fasulla, provo ogni volta un senso di nausea. Anche ieri a Radio24 ha sproloquiato su quanto siamo fighi noi trentini nella cura dell’ambiente e degli animali, vantando il fatto che il Trentino è l’unica provincia alpina italiana dove ci sono gli orsi.

Gli orsi nella fossa di cemento di Sardagna (TN) sono rimasti fino al 1966

Ma siamo davvero così fighi noi trentini? Gli orsi autoctoni erano faticosamente sopravvissuti, ridotti in pochi esemplari, nonostante lo sterminio e la persecuzione non tanto differenti che altrove, eppure li abbiamo lasciati tranquillamente estinguere. Un tardivo ripopolamento (progetto Life Ursus) è stato affrontato sostanzialmente come una operazione di marketing. Finita male. Anzi malissimo: un disastro di immagine che sarà molto difficile da recuperare. Se andiamo indietro nel tempo, la sensibilità ambientale era anche peggiore. Fino al 1977 in Piazza Dante a Trento viveva rinchiusa in un gabbione di pochi metri un’aquila, la tristemente famosa “Bepina”. In città sono stati reclusi orsi fino al 1994. Nel sobborgo di Sardagna altri due orsi sono rimasti rinchiusi in una fossa di cemento armato fino al 1996 (non nell’Ottocento!). Ora la “Busa degli Orsi” è stata ristrutturata spendendo quasi centomila euro come sede di “eventi” e concerti, recitano entusiasti i comunicati stampa: ovviamente non una parola sugli animali che hanno vissuto in quel luogo anni di prigionia e sofferenza. Uno fu anche fucilato in gabbia perché era divenuto troppo aggressivo col compagno (1965). Oggi si direbbe che era problematico, ma la soluzione del problema allora è stata la stessa di oggi: una bella pallottola.

Altri orsi in gabbia erano a Riva del Garda e a Rovereto. Quest’ultimo morì nel 1977 e dall’autopsia fu individuata la causa della morte: un’ulcera perforata provocata da un grumo di carta stagnola nello stomaco, formatosi dagli involucri delle caramelle che i visitatori gli buttavano e di cui era ghiotto.

Alcuni esperti targati Pat hanno sostenuto che è stato giusto uccidere KJ2 perché imprigionarla sarebbe stato come torturarla. Eppure abbiamo a tutt’oggi un orso recluso nella buca malsana del Santuario di San Romedio per il sollazzo dei turisti, e altri nelle cosiddette aree faunistiche (Spormaggiore), che sono aree più grandi di una gabbia, ma pur sempre di prigioni si tratta. Per un animale che in natura si sposta decine di km al giorno, dev’essere un’esperienza terribile.

Altri orsi sono stati rinchiusi nel lager di Casteller (uno tutt’ora), una specie di Guantanamo per orsi in salsa trentina, alle porte del capoluogo. Questi orsi dunque possono essere torturati, con la scusa magari che sono nati in cattività o che dove stavano prima stavano peggio. Come siamo generosi noi trentini. Nessun esperto spende una parola, neppure di pietà, per lo sfruttamento della sofferenza degli animali ad uso turistico.

Col passare degli anni tuttavia, grazie a dio, la coscienza ambientale collettiva è migliorata: oggi non sarebbe più possibile tenere un’aquila o degli orsi in gabbia in città. Buona parte dei trentini reagirebbe con sdegno a questo orrore.

Mi piace pensare, anche se non mi illudo troppo, che tra 20 o 30 anni si proverà lo stesso orrore per l’assassinio deliberato di un’orsa che ha avuto il solo torto di difendere i suoi cuccioli.

Giugno 30, 2017
di Agh
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Salita al Cimon del Latemar m 2846 per “direttissima” versante sud

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Cimon del Latemar direttissima sud

Senza sentieri o tracce una bella ravanata salendo il Cimon per la verticale sud. Quindi traversata al M. Feudo e altra direttissima, stavolta in discesa, per il versante sud fin al Biv. Sugadoi e rientro per Malga delle Prese
http://girovagandoinmontagna.com/gim/cornacci-latemar-catinaccio-sassolungo/(latemar)-cimon-del-latemar-e-traversata-al-m-feudo-2-giorno/