Girovagandoblog

Escursioni in Trentino – il blog del forum girovagandoinmontagna.it

novembre 25, 2016
di Agh
18 commenti

Ravanàge: l’arte di incasinarsi in montagna

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Il leggendario Monsieur De Ravanage

Il leggendario Monsieur De Ravanage

Ravanage, un’arte perduta
Il ravanage si ispira alla figura leggendaria di Monsieur De Ravanage, geografo di origini francesi precursore dell’escursionismo moderno. Egli girovagò in lungo e in largo per buona parte dell’arco alpino, finché un sabato pomeriggio di un lontano febbraio del 1885 scomparve durante una tormenta di neve. La sua ultima frase fu: “Esco un attimo a comprare le sigarette”.

Il suo cadavere ibernato fu ritrovato 75 anni dopo, inspiegabilmente, sul versante meridionale della Brenva (Monte Bianco). Furono recuperati anche i suoi scritti, perfettamente conservati a 4200 metri di quota dentro ad una truna (cunicolo di neve). In attesa di interpretare correttamente il suo pensiero, per la verità piuttosto confuso, gli studiosi stanno raccogliendo ulteriore materiale per la stesura definitiva delle regole di questa originale disciplina sportivo-filosofica.

“Di qua la neve tiene benissimo…”

“Seguitemi, vedrete che neve farinosa!”

Ravanage, una filosofia di vita
Il ravanage è una pratica sportiva o, per meglio dire, una filosofia di vita, legata strettamente con l’escursionismo, di cui è una variante per taluni fondamentale e anzi irrinunciabile. Consiste grosso modo nel “girovagare per le montagne al di fuori dei sentieri, deliberatamente o involontariamente, quasi sempre in situazioni impreviste e variamente difficoltose”. Una delle frasi tipiche è: “Tagliamo di qui che facciamo prima”. Cosa che in realtà non accade quasi mai e che implica invece:

  • perdita parziale o totale dell’orientamento
  • prolungamento abnorme del percorso inizialmente previsto
  • infognamento in mugaie o boscaglie di ontani su terreni impervi che implicano dislivelli e fatiche immani
  • gravi sofferenze fisiche e morali, prossime allo sfinimento
  • rientro alla base per il rotto della cuffia, col buio incombente o addirittura a notte fonda.

Ravasutra:

Ravasutra: “Pelle di leone” (Agh)

Ravanage in boscaglia (Agh)

Ravanage in boscaglia (Agh)

Una delle esperienze più terribili: la mugaia labirintica

Profilo psico-patologico del ravanatore
Secondo accreditati studi clinici il ravanage è, probabilmente, una forma larvata di masochismo per cui il soggetto, sostanzialmente un disadattato, o un esaltato, non sceglie mai il percorso più semplice e sicuro ma quello poco o per niente conosciuto, con un’attrazione morbosa verso l’ignoto e, più in generale, verso “i casini”.  Curiosamente, sembra una patologia tipicamente maschile. Chi ne è affetto, spesso uno pseudo maschio-alfa, tende a trascinare con sé altri sciagurati. Gli imprevidenti che si fidano di lui, amici, mogli, fidanzate, sono così coinvolti in spaventose escursioni-calvario. Nei soggetti predisposti, il ravanage può essere contagioso.

Ravanage e derivati
Il termine “ravanage” si è diffuso in Italia per la prima volta verso la metà degli anni ’90, agli albori di internet, nel newsgroup it.sport.montagna che riuniva molti appassionati di montagna. Dal termine ravanage deriva quindi il verbo ravanare, ravanaggio e soprattutto ravanata, a significare un’escursione particolarmente movimentata, tipicamente quella che “si sa come comincia ma non si sa come finisce”.

La ravanata perfetta
E’ quella in cui sono coinvolti soggetti femminili, ad aggravare ulteriormente la situazione già difficile con lamentele varie, accuse, imprecazioni, recriminazioni, offese.
“Ravaner” quindi è colui che pratica, più o meno consapevolmente, il ravanage. La ravanata non deve necessariamente concludersi con una disgrazia: anzi il ravanage più riuscito è quello a lieto fine, cioè l’arrivo a destinazione (quasi sempre alla macchina rimasta in tanta mona) sfiniti, ma sostanzialmzente incolumi o, al massimo, con escoriazioni o ferite leggere che non comportino il ricovero ospedaliero. Sono le ravanate più riuscite che i ravaners, incalliti o occasionali, si appuntano al petto come medaglie,  struggente ricordo nelle lunghe e tetre serate invernali.

Il Ravasutra
Il ravanage in realtà si pratica in ogni stagione: quello invernale con gli sci, da alpinismo o da escursionismo, o con le ciaspole, prevede una serie di figure, cioè cadute più o meno rovinose, che stiamo raccogliendo in un manuale illustrato: il Ravasutra. Chi avesse documentazione fotografica valida in questo senso è pregato di inviarla a: aghezz@gmail.com. Di seguito alcuni esempi:

Ravanage in boscaglia

Ravanage in boscaglia

Alle soglie dello sfinimento fisico e morale

Alle soglie dello sfinimento fisico e morale

Calano le tenebre e si profila l'incubo peggiore: il ravanaggio notturno

Calano le tenebre e si profila l’incubo peggiore: il ravanaggio notturno

Come far far piangere un uomo: infognamento notturno in boscaglia di ontani

Come far piangere un uomo: infognamento notturno in boscaglia di ontani

Una figura classica del Ravasutra: il fantozziano

Una figura classica del Ravasutra: il fantozziano “pelle di leone” (foto Uli)

Si sta tentando anche una classificazione del ravanage coi vari gradi di difficoltà, come per l’alpinismo e l’escursionismo.

1) REF – Ravanage Escursionistico Facile
Ravanata semplice prevalentemente fuori sentiero, con scarso o dislivello, ma dove si devono attraversare cespugli spinosi (praticamente impossibile l’aggiramento pena un innalzamento di grado)
Variante scialpinistica: attraversamento di boschetti di ontani o mugaie, con neve preferibilmente marcia o crostosa

2) REM – Ravanage Escursionistico Medio
Percorso completamente fuori sentiero, con discreti casini nell’orientamento, notevole dislivello involontario, sterpaglia spinosa fitta o ghiaione del tipo “un passo avanti e due indietro” ovviamente da fare in salita, pioggia fastidiosa, nebbia in formazione. Variante scialpinistica: nevicata fastidiosa di aghi ghiacciati, mugaie, scarsa visibilità, neve crostosa, marcia o zoccolifera

3) REC – Ravanage Escursionistico Cazzuto
Percorso fuori sentiero e fuori orientamento, con svariati andirivieni inconcludenti da un versante all’altro, con severo dislivello (involontario beninteso), preferibilmente in boscaglia con sterpaglia spinosa e su pendio scosceso; uno scarpone che fa male, pioggia battente, visibiltà ridotta, discreto assortimento di bestemmie.
Variante scialpinistica: fitta nevicata, visibilità ridotta, neve crostosa o farinosa pesante, marcia o zoccolifera, sfinimento fisico e morale tendente alla disperazione, tuttavia ben dissimulata nei confronti dei compagni con falsa allegria e battute cretine.

4) REI – Ravanage Escursionistico da Incubo
Percorso con perdita quasi totale dell’orientamento in boscaglia più o meno impenetrabbbile, o in forra profondissima e a precipizio, preferibilmente con pericolo di valanga se in inverno, scarponi che fanno male, perdita o rottura di almeno un bastoncino, buio incombente, bestemmioni paurosi, crisi di pianto. Dislivello di almeno 1600 m.
Variante scialpinistica: distacco di una pelle di foca, male boia ai piedi con perdita di almeno un’unghia, attacco che si sgancia ogni 10 minuti, zoccoli “a zatterone” sotto a entrambi gli sci. Perdita dei guanti. Riso isterico. Cellulare con campo ma con batterie scariche.

5) RES – Ravange Escursionistico da Suicidio
Percorso surreale senza alcuna logica apparente, in boscaglia tipo jungla amazzonica spinosa o urticante su versante pericolosissimo, forra o canyon a picco senza vie d’uscita, preferibilmente al buio con pile della luce frontale scariche, senza acqua né viveri, dolori lancinanti ai piedi, perdita di entrambe le unghie degli alluci dei piedi, bivacco forzato incombente, tempesta o bufera. Crisi di pianto a dirotto, allucinazioni, visione mistiche. Dislivello: ininfluente o non misurabile.
Variante scialpinistica: perdita di entrambe le pelli di foca, un bastoncino spezzato o perduto, principio di congelamento agli arti inferiori e al naso. Voglia di lasciarsi andare. Cellulare con sufficiente batteria ma assenza totale del segnale.

Avete esperienze di altre forme di ravanage? Segnalatecele!

agosto 9, 2016
di Agh
5 commenti

Chiudere i passi delle Dolomiti per salvare l’ambiente? Una presa in giro

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Il “sentiero” a 2300 metri di quota nei pressi di Passo Sella

Ritorna ciclicamente la questione della chiusura dei Passi sulle Dolomiti. La motivazione è sempre la stessa: “Salvare le Dolomiti dal traffico”. Qualcosa però non torna.

Non si capisce infatti come si salverebbero le montagne, posto che sono lì da milioni di anni e se ne fregano delle nostre automobiline, del traffico e di tutto il resto, e ci sopravviveranno tranquillamente per altri milioni di anni. Che problema risolverebbero dunque i pedaggi, le fasce orarie, le chiusure giornaliere ipotizzate o altri espedienti più o meno estemporanei? Riguardo ai pedaggi, osservo: quindi basta pagare e si può tranquillamente inquinare come prima e più di prima?

Il quotidiano il Trentino ha lanciato addirittura una campagna, e il suo direttore si è avventurato in un ragionamento pericoloso: “Consideriamo impensabile entrare a qualsiasi ora e senza pagare in un museo”, suggerendo sottilmente, ma neanche troppo, l’equazione: per vedere le Dolomiti bisogna pagare.

Ma le Dolomiti dichiarate patrimonio mondiale con la patacca dell’Unesco (con la singolare esclusione dei Gruppi di Sella e Sassolungo, come mai?) non sono appunto di nessuno, se non di tutta l’umanità. Ma c’è qualcuno che, evidentemente, si ritiene padrone e quindi in diritto di imporre divieti, pedaggi, fasce orarie. Non si capisce bene peraltro a che titolo, visto che coloro che ora vorrebbero salvare le Dolomiti sono esattamente gli stessi che le hanno maggiormente maltrattate e sfruttate costruendo ovunque strade, piste, impianti di sci, cannoni da neve, bacini di innevamento, secondo case e alberghi in ogni angolo.

Prima si fa di tutto per richiamare i turisti e poi ci si  lamenta che sono troppi, che bisogna regolamentare l’accesso? Curioso. O quanto meno schizofrenico. Chi ci guadagna infatti dai pedaggi o dalle fasce orarie? Ma è ovvio:  gli impiantisti! Che hanno fiutato l’espansione del loro business anche nell’estate. Come? Semplice: obbligando i turisti ad usare gli impianti e sfruttando il nuovo filone dei bikers. Naturalmente si sono tenuti un po’ defilati, forse per non dare troppo nell’occhio. Hanno mandato avanti i politici, i media. Ecco allora gli articoli entusiastici sui giornali: “Le bici sono il futuro delle Dolomiti estive”. Certo i pedaggi, le chiusure con fasce orarie o altre restrizioni non arriveranno probabilmente subito ma gradualmente, per far ingoiare meglio il boccone amaro un po’ alla volta. 

44 euro costa il “bike pass” per fare il giro dei passi usando gli impianti, quasi come il giornaliero invernale. Un nuovo Eldorado da sfruttare con nuove piste, nuovi percorsi, nuovi “bike park”, nuove infrastrutture come parcheggi, svincoli, rotatorie, altro consumo folle di territorio. Altri baracconi estivi da aggiungere a quelli invernali, un assalto totale alla montagna tutto l’anno. Insomma chi ha solo da guadagnare dalla chiusura dei passi sono i soliti impiantisti. Nulla di nuovo sotto il sole.  Ma la difesa seria dell’ambiente è un’altra cosa. Questa somiglia piuttosto ad una presa in giro.

luglio 29, 2016
di Agh
7 commenti

La mappatura dei sentieri SAT su OpenstreetMap è affidabile?

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Mappatura GPS del sentiero da Lago Lares al Lago Pozzoni

Mappatura GPS del sentiero da Lago Lares al Lago Pozzoni in Val di Genova

Da qualche anno, provvedo a mappare i sentieri anche su OpenStreetMap, un bellissimo progetto mondiale di mappe libere e gratuite

Negli ultimi anni ho sempre registrato la traccia GPS  di ogni escursione, utilizzando un semplice loggerRiscontro tuttavia, abbastanza spesso, parecchi “problemi” di precisione riguardo i sentieri SAT (liberamente scaricabili).

Mi chiedevo quindi quanti sono i sentieri tracciati col GPS e quanti sono quelli tracciati a mano.  Sarebbe bello poterlo sapere, per andare a correggere direttamente quelli fatti a mano che sono spesso, per forza di cose, imprecisi. Ma c’è a priori un problema più stringente, che è quello della qualità dei dati su OSM (vecchio problema sul quale rompo spesso le scatole). Chiaramente mi riferisco a quanto mi compete, ovvero i sentieri in montagna, essendo io un escursionista ormai di lunghissima data.

Faccio qualche esempio. Il sentiero O211 in Val Nambrone è ormai impraticabile da anni, ma continua ad esistere sia su OSM che nei file dei sentieri del sito SAT, nonostante  mia segnalazione del 2011 (!). SAT mi ha risposto, riconoscendo che effettivamente il sentiero è impraticabile, di aver tolto il relativo cartello. Tuttavia sulle mappe e nei file SAT, dopo 5 anni dalla segnalazione, è ancora lì. La domanda sorge spontanea: è ancora inagibile o è stato forse ripristinato? A saperlo!

Nel 2011 ho segnalato alla Commissione Sentieri l'assoluta impraticabilità del sentiero. L'errore è stato corretto sui file, il cartello sul posto è stato tolto, la il sentiero su OSM è ancora lì!

Nel 2011 ho segnalato alla Commissione Sentieri SAT l’assoluta impraticabilità del sentiero O211. L’errore è stato corretto sui file, il cartello sul posto è stato tolto, ma il sentiero su OSM è ancora lì!

Sempre per fare degli esempi concreti, un altro problema è il sentiero O215 che attraversa l’Alpe Niscli, nel Gruppo del Caré Alto. La mia traccia GPS e quella  SAT scaricabile dal sito coincidono, quindi è ragionevolmente esatta. Su OSM invece, il sentiero è mappato parecchio più in basso (anche 200 metri in linea d’aria più a valle). Ora: la zona è impervia e ostica,  se uno si fida e cerca la traccia fantasma, magari con poca visibilità, potrebbe avere delle grosse difficoltà e magari andare anche a farsi male. La domanda allora è: esiste anche una traccia in basso come mappata su OSM o è un errore di una vecchia mappatura fatta a mano? Io non lo posso sapere perché non posso percorrere tutti i sentieri del Trentino ma, se così è, perché nessuno la corregge?

In alto la traccia GPS del sentiero 215, in basso la tracciatura su OSM

In alto in viola la traccia GPS del sentiero O215, in basso la tracciatura su OSM: come si vede la differenza è notevole.  Le due tracce, quella giusta e quella sbagliata,  distano anche 200 metri in linea d’aria. Se qualcuno dovesse cercare il sentiero fantasma in basso, magari con poca visibilità, potrebbe andare incontro a grossi guai considerata la natura assai ostica del terreno, fatto di pietraie e salti di roccia

Altro esempio,  il sentiero O216. Quello “vero” che percorre Val Piana verso il Bivacco Jack Canali è addirittura sull’altro versante orografico rispetto a quanto segnato su OSM (e anche su certe carte!), che lo segna sulla sinistra orografica invece che destra. La traccia mappata è in realtà un vecchio sentiero in disuso da anni, come mi ha confermato il malgaro, e si perde in una selva di ontani assolutamente impraticabile. In questo caso non si rischia probabilmente la pelle, ma di perdere un paio d’ore inutilmente ravanando come bestie tra mughi e ontani magari sì. Ho segnalato ovviamente il problema al responsabile dei sentieri Sat: il file è stato corretto nei sentieri SAT scaricabili dal sito ufficiale ma su OSM… il sentiero fantasma è rimasto!

Su OSM il sentiero è addirittura segnato sull'altro versante rispetto al sentiero reale! (in viola la traccia GPS)

Sentiero O216: su OSM è addirittura segnato sull’altro versante rispetto al sentiero reale! In viola la traccia GPS: la traccia sbagliata è un vecchio sentiero in disuso da anni, si perde in una selva di ontani insuperabile.

E’ davvero un peccato che su OSM la sentieristica ufficiale Sat abbia queste imprecisioni o errori, perché in questo modo inficia il lavoro complessivo che è di grande valore.

Correttamente peraltro, la SAT precisa sul suo sito che “I dati non sono frutto di un rilievo di precisione GPS ma in gran parte sono stati digitalizzati utilizzando come riferimento e sfondo la cartografia della Provincia Autonoma di Trento. Non vi è alcuna garanzia sul grado di precisione o sulla correttezza delle coordinate, pertanto, chiunque riscontrasse delle anomalie, inesattezze, imprecisioni o altri problemi nei dati è gentilmente invitato a comunicarlo alla SAT, che provvederà alla verifica della segnalazione”. Questa precisazione però è solo sul sito ufficiale ma non sulle mappe di OSM, quindi l’incauto che si fida ciecamente della mappatura “libera” potrebbe incontrare sgradite sorprese.

Personalmente, quando è il caso segnalo eventuali problemi ma, come si vede, sono spesso segnalazioni vane che finiscono chissà dove, spesso nel dimenticatoio. Dopo un po’ si perde l’entusiasmo e la voglia di segnalare, constatando che le segnalazioni cadono puntualmente nel vuoto.

Credo che con un piccolo sforzo organizzativo ed economico, ovvero comprando un po’ di GPS logger di facile uso, e facendoli girare nelle sezioni SAT, si potrebbe mappare con precisione tutti i sentieri col GPS nel giro di 1-2 anni, magari coinvolgendo le guide e gli accompagnatori di territorio.

Si tratterebbe di uno sforzo corale per ottenere una mappatura di precisione dei sentieri ufficiali SAT su OSM.  Questo sarebbe tra l’altro un valido strumento promozionale del Trentino, della SAT medesima e del sistema di mappe libero di OpenStreetMap. Lasciare le correzioni degli errori alla buona volontà dei singoli, che sono comunque pochi, o che “il sistema si autocorregga” nel tempo, significa procrastinare negli anni la soluzione del problema, che potrebbe invece essere risolto bene e in tempi relativamente brevi. Per risponde quindi alla domanda nel titolo “la mappatura dei sentieri SAT in OSM è affidabile?” la risposta è “mediamente sì”, ma si potrebbe fare con un po’ di buona volontà un notevole miglioramento.

Update 1 agosto 2016: Sat mi ha risposto, segnalandomi che il sentiero O211 è stato ripristinato ed è dunque praticabile. Inoltre esiste la pagina ufficiale in cui è definita la qualità della tracciatura dei sentieri. Ho ricavato quindi questo semplice grafico che illustra, in un colpo d’occhio, la situazione. Onestamente pensavo peggio 🙂 Invece la qualità è tra ottima e alta per il 60,1% dei sentieri. Rimane circa un 39,4 % da migliorare. Molto bene! Sull’argomento comunque ho altre novità su cui tornerò presto in un prossimo post.

La qualità della tracciatura digitale dei Sentieri Sat

La qualità della tracciatura digitale dei Sentieri Sat (dati ricavati da fonte ufficiale SAT agosto 2016)

febbraio 18, 2016
di Agh
4 commenti

LG G2, lo smartphone per le escursioni in montagna

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Lo smartphone LG2

Lo smartphone LG G2, un ottimo prodotto

Dopo oltre 2 anni di uso intenso in montagna, posso dire che lo smartphone LG G2 è davvero un ottimo “mulo” da portarsi dietro nelle escursioni aiutandosi nell’orientamento col GPS interno.

Non è l’ultimo modello ma, proprio per questo, si trova ad un prezzo assai conveniente a poco più di 300 euro. Pratico, robusto (protetto da un Kit Me Out IT Custodia in TPU Gel per LG G2 D802 - Nero Modello A "S"">guscio supplementare in gel) ha un’ottima autonomia e, utilizzando la funzione di “risparmio energetico” arriva tranquillamente a fine giornata con un margine del 20-35%, anche utilizzando in modo continuo il GPS, la radio o il podcast. Preciso che non lo utilizzo in modo continuativo per orientarmi: la mia necessità principale infatti è fare il punto posizione di tanto in tanto, in combinazione con l’ottima app MyTrails. Per questo scopo risponde perfettamente alle mie esigenze. Per registrare la traccia invece (che LG G2 potrebbe comunque fare senza problemi) utilizzo un comodo GPS data logger che accendo alla partenza e spengo la sera.  Lo schermo di LG G2 da 5.2 pollici è abbastanza grande senza essere ingombrante, il processore è un Quad-core 2,3 GHz di potenza adeguata che rende fluido l’uso. Il GPS è piuttosto veloce nel sincronizzare i satelliti

LG2 con l'app MyTrails

LG G2 con l’app MyTrails e la cartografia Kompass

Punto forte di questo smartphone è l’eccezionale fotocamera da ben 13 Megapixel, che ha una qualità davvero eccellente. Una volta mi è capitato di dimenticare la memoria della macchina fotografica e ho dovuto scattare tutte le foto dell’escursione col telefono: il risultato non mi pare disprezzabile, che ne dite? 🙂

Nei fatati paesaggi di granito del M. Castelletto (foto scattate con LG G2)

foto scattata con LG2

Larici sul Gronlait (foto con LG G2)

cane lupo nel bosco

Passeggiata con Maya (foto con LG G2)

Tramonto nel bosco sull'Altpiano di Piné (foto con LG2)

Tramonto nel bosco sull’Altpiano di Piné (foto con LG G2)

Due difetti di questo ottimo smartphone? Il primo è la memoria è di “soli” 16 GB: se siete smanettoni a cui piace installare centinaia di app o scaricare tonnellate di podcast o video, potrebbe essere un limite. Ma facendo un po’ di pulizia regolare (attenzione non è possibile aggiungere una memoria esterna) è un limite decisamente accettabile. Il secondo è la batteria non rimovibile, a cui si può ovviare con un pratico " target="_blank">caricatore portatile). 

Mi sento quindi di consigliare senza remore questo ottimo smartphone: con un costo contenuto ci si porta a casa un apparecchio ancora al passo con i tempi pur non essendo dell’ultimissima generazione, fedele e affidabile compagno di escursioni in montagna. Se non avete pretese eccessive può sostituire addirittura la macchina fotografica.

LG G2 si può acquistare su Amazon (ottimo anche per l’assistenza post-vendita in caso di qualsiasi problema) a questo link: LG G2 Smartphone, Display 5.2 pollici, Quad-core 2,3 GHz, Fotocamera 13 Megapixel, 16GB Memoria. Spendendo un po’ di più, circa 50 euro, si può fare il salto al modello top di gamma LG G4 con schermo leggermente più grande, batteria sostituibile e memoria da 32 GB.

giugno 27, 2015
di Agh
2 commenti

Orso, l’illusione del “rischio zero”

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Sulla questione orsi e campanellini il prof. Corti, noto per le sue crociate in favore dei “Rurali alpini”, per i quali gli unici animali consentiti in buona sostanza sono quelli “da reddito”, interviene nuovamente nel dibattito scrivendo alle associazioni trentine del turismo:

“Anche lo spray al peperoncino anti orso che rappresenta il deterrente in assoluto più efficace non garantisce “rischio zero”.

Ecco il vero problema: non siamo disposti ad accettare l’idea per nessuna forma di rischio. Vogliamo il rischio zero. Ci illudiamo di poter controllare tutto. Eppure la vita stessa è un rischio continuo, anzi viviamo “sommersi” nei rischi quotidiani: quando camminiamo per strada, quando guidiamo nel traffico. Rischiamo ogni volta che facciamo qualcosa: quando lavoriamo (quanti sono i morti sul lavoro ogni anno?) o anche quando facciamo attività non strettamente necessarie come fare sport. Rischiamo quando scendiamo le scale, quando andiamo in bicicletta, coi pattini, o con gli sci. Rischiamo quando andiamo in treno, quando voliamo in aereo.

Rischiamo perfino quando mangiamo: ingurgitiamo cibi che ci fanno male alla salute e ci fanno ammalare, rischiamo quando beviamo alcol o fumiamo. Tutto è potenzialmente rischioso, pericoloso. Migliaia di incidenti, anche mortali, accadono dentro le nostre mura domestiche, nonostante le consideriamo il posto più sicuro. Quando andiamo in montagna possiamo prendere una storta, romperci una gamba, essere morsi da una vipera, essere attaccati da un cinghiale, da uno sciame di vespe, o scivolare in un dirupo mentre andiamo per funghi.

In montagna possiamo avere un infarto, un ictus, prendere un sasso in testa, essere travolti da una frana, da un albero, da un’inondazione, perfino fulminati durante un temporale. In inverno possiamo finire sotto a una valanga, perdere l’orientamento, essere intrappolati da una tormenta di neve, morire assiderati.

L’unico rischio, sia pure remotissimo, che non vogliamo ammettere, che non possiamo tollerare o accettare in alcun modo è, chissà perché, quello dell’orso.

Ovvero quello che non hai mai fatto nessun morto negli ultimi cento anni in Italia. Ogni anno muoiono migliaia di persone per incidenti e rischi che corriamo quotidianamente. Ma per l’orso, chissà perché, vogliamo comunque, anzi pretendiamo, esigiamo il “rischio zero”. Vogliamo stare belli comodi e tranquilli in una ideale quanto illusoria campana di vetro. Un (pessimo) politico  della Lega di recente ha chiesto l’abbattimeno di un orso che ha predato un alveare.

Ma se è così, cosa li abbiamo reintrodotti a fare gli orsi in Trentino? Per fargli fare i pupazzi del marketing? Ed è razionale, sensato, ragionevole, logico, temere tanto un rischio così infinitesimale?

maggio 2, 2015
di Agh
0 commenti

Come usare le bellissime mappe Bing in Google Earth

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
castrozza2

Particolare di S. Martino di Castrozza in un’immagine di Bing

Google Earth è, a mio giudizio, probabilmente il più bel software degli ultimi 15 anni. Ed è pure gratis! Di recente è stata resa disponibile la versione PRO, che in precedenza era a pagamento, e che ha varie potenzialità in più come, ad esempio, la realizzazione di filmati oppure di stampe ad alta risoluzione.

Dobbiamo dunque essere grati a Google per aver inventato questo software a dir poco geniale. Si può esplorare il mondo stando comodamente seduti in poltrona, ammirando ogni angolo del pianeta con foto aeree e satellitari. Una manna anche per noi escursionisti per studiare le escursioni in montagna. Specie per quelli che amano “ravanare” spesso fuori sentiero: con Google Earth si può infatti osservare il territorio dall’alto, con varie angolazioni, e farsi un’idea del percorso da affrontare.

Purtroppo però molti di noi si sono resi rapidamente conto che non sempre le immagini disponibili, specie in montagna, sono in alta risoluzione: la definizione infatti varia, anche di molto, secondo le zone. Alcune hanno una definizione “pazzesca”, con risoluzione di un metro dove si possono addirittura osservare le persone, altre zone invece hanno una qualità pessima. Da questo punto di vista le immagini migliori attualmente sono le Mappe Bing di Microsoft.

La buona notizia, anzi entusiasmante, è che si possono vedere le dettagliatissime immagini di Bing usando Google Earth. In che modo? Semplicissimo! Basta andare su questa pagina e scaricare il file http://ge-map-overlays.appspot.com/bing-maps-overlays-for-google-earth-combined.kmz (bisogna loggarsi) e poi aprirlo con Google Earth; quindi selezionare il layer di Bing e la vista “aerial”. La differenza salta subito all’occhio!

Qui di seguito riporto alcuni esempi: le immagini di sinistra sono di Google Earth, a destra quelle di Bing. Come si vede la risoluzione nel secondo caso è nettamente migliore. Inoltre Bing non è afflitto, come Google Earth, dalla presenza di nuvole che nascondono a volte parti di territorio.

moregna1 moregna2
Lago Moregna – Lagorai

cupola1 cupola2
Malga Cupolà – Lagorai

thun1 thun2
Castel Thun – Valle di Non

In realtà, Google Earth oltre a Bing può incorporare una infinità di layers di tutti i generi, da quelli meteorologici a quelli del traffico o del catasto e chi più ne ha più ne metta. Qui ad esempio c’è una collezione di layer per Google Earth dedicato alle mappe, da Open Street Maps in tutte le sue varianti a quelle di Nokia, da OpenTopoMap alle mappe cinesi o norvegesi e molte altre. Buon divertimento! 🙂

febbraio 21, 2015
di Agh
0 commenti

Avventura in truna

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

La piana di Campiò in Lagorai, con la nostra tragica truna!

Avete mai provato a bivaccare dentro un buco scavato nella neve a 2000 metri? Noi si! Quel che segue è il resoconto di questa agghiacciante (letteralmente) esperienza che abbiamo provato qualche anno fa. Chi vuole provare a cimentarsi troverà qui qualche utile indicazione. E’ una esperienza da provare almeno una volta nella vita (anche perché difficilmente ci sarà una seconda volta  ;D

La spianata a 2000 metri dove abbiamo fatto l’esperimento: nella freccia la posizione della truna

Cos’è una truna

La truna è un bivacco di emergenza ottenuto scavando una buca nella neve. E’ adatta ad ospitare una o più persone coricate. Per due persone ha dimensioni di circa 2 metri di lunghezza per 1 metro e mezzo di larghezza, l’altezza interna è di circa 60-80 cm. A differenza dell’igloo, che richiede una perizia costruttiva nient’affatto banale e con cui non ha nulla a che vedere, la truna è abbastanza semplice da costruire. Si tratta in sostanza di una trincea coperta con un telo impermeabile, sostenuto da un intreccio di rami, sci e bastoni e ricoperto di neve. La truna così costruita offre (dicono) efficace riparo dal vento e dal freddo, permettendo la sopravvivenza all’aperto, con opportuno equipaggiamento, anche in condizioni ambientali critiche e con temperature sottozero. La truna può essere scavata anche in un consistente accumulo di neve, in questo caso prende il nome di tana di volpe. Riportiamo dunque la cronaca del nostro tragico esperimento realizzato in Val Calamento, in Lagorai, a circa 2000 metri di quota nel gennaio 2007.

Truna degli alpini 1962 (foto Lorenzo Audisio)

Lagorai

Paesaggio da fiaba in Val Calamento

Intronati in truna – 27-28 gennaio 2007
Il posto prescelto è la meravigliosa piana di Campìo a circa 1900 metri di quota, sotto l’imponente piramide del Monte Croce m 2490, nel Lagorai centrale, i cui crinali già “fumano” furiosamente facendo presagire la tragica nottata. Abbiamo scelto questo posto in quanto abbastanza strategico: isolato ma non troppo, raggiungibile in un paio di ore di marcia, con la vicinanza del riparo di Malga Cagnon se qualcosa dovesse andare storto. Le nuvole viaggiano come treni, in alta quota, arrivando da nord e scomparendo rapidamente dietro le creste.

I crinali “fumano” furiosamente per il vento fortissimo in quota

Lagorai Val Calamento

In marcia verso Malga Bolenga

L’auto è zeppa di attrezzatura come per una spedizione nell’artico, mancano solo le slitte coi cani. Dopo una laboriosa preparazione degli zaini, partiamo da Malga Valtrighetta e risaliamo la Val Calamento in sciotti (sci da escursionismo n.d.r.), la traccia è già battuta da scialpinisti e ciaspolari: la temperatura è rigida ma non troppo ma soprattutto a bassa quota non c’è vento.

Si scarica l’equipaggiamento “artico”

L’indispensabile pala, masserizie varie e gli sci da escursionismo

Val Calamento in Lagorai

In marcia verso Campìo

Il paesaggio è strepitoso con gli abeti imbiancati da mezzo metro di neve fresca. Dopo il tratto boscoso restiamo ammirati arrivando nella splendida radura di Malga Bolenga. Mini-sosta e via a salire fino a Malga Cagnon di sotto, semisepolta di neve. Ultimo strappo nel traverso verso nord e quindi, dopo aver attraversato il boschetto di larici, sbuchiamo nella piana di Campìo, il luogo prescelto per fare questa benedetta truna. Precisiamo che siamo entrambi novizi assoluti (io e lei, cinquant’anni a cranio) e le nostre conoscenze riguardo alla costruzione sono esclusivamente teoriche, cioè leggiucchiate su internet. Tuttavia non ci manca tosto l’ardimento, unito ad una insana incoscienza.

Lagorai

Il freddo è già pungente

Lagorai, Val Calamento

In marcia verso Malga Cagnon di sopra

Facciamo una rapida ispezione per trovare il posto migliore, costeggiamo la piana di Campiò sul margine sud-est, la neve è alta circa 60-80 cm. Cerchiamo di capire qual è la posizione più riparata dal vento. Poiché il vento prevalente viene da nord, decidiamo che l’apertura sarà a sud, perciò nella notte il vento girerà malignamente ed esattamente da sud, vale a dire nella direzione peggiore. Ma questo è un destino ineluttabile al quale è perfettamente inutile ribellarsi.

La piana di Campio è già in ombra, sulla cima del Monte Croce i mulinelli di vento

truna

Si inizia a scavare la truna…

Alle ore 16.30 precise imbracciamo la pala e cominciamo a scavare di buona lena (cioè IO scavo). Primo errore clamoroso: non sondiamo bene il terreno per cui, dopo aver rimosso un paio di metri cubi di neve, troviamo con disappunto uno scalino di 30 cm. Poco male, scaveremo nella direzione contraria. Ma, neanche farlo apposta, ecco un’altra bella gobba nel terreno dura come il marmo. A questo punto la truna ha la forma di una “banana”, cioè con le estremità in alto e il centro in basso, tipo amaca. Il freddo si fa già pungente e le tenebre calano inesorabili, siamo anche un po’ stanchini e non abbiamo nessunissima voglia di scavare un’altra truna ex-novo. Cerchiamo di livellare alla meglio il pavimento e rifiniamo le pareti: la neve però è troppo polverosa e si sfarina, coi muri che tendono a crollare.

truna

Si mettono gli sci come traliccio per il telo

truna

Le tragiche “pance” sul soffitto

Misuriamo la larghezza della truna coi 2 materassini appaiati: è ancora un po’ stretta, allarghiamo di 10 cm. Massì esgeriamo: facciamo 30. Ed è il secondo tragico errore: quando apriamo il telo, che pareva enorme, scopriamo con orrore che arriva a malapena ai bordi della truna. Di scavarne un’altra con le dimensioni giuste, come s’è detto, non se ne parla proprio. Usiamo il telo in larghezza così guadagnamo qualcosa, in compenso diventa corto sul lato lungo della truna (pasticcioni!). Cerchiamo di bloccare il telo alla bell’e meglio con la neve, ma essendo farinosissima e polverosissima ce ne vogliono quintali. Per fortuna abbiamo un secondo piccolo telo, un poncho apribile che usiamo come “prolunga”. Facciamo un traliccio coi bastoni e gli sci, mettiamo i teli e scopriamo con raccapriccio che il tetto sotto al peso della neve rischia il crollo.

Cerchiamo di bloccare meglio il telo sui lati spalando montagne di neve. Sulla copertura superiore solo uno strato leggero, perché al di sotto si formano delle “pance” preoccupanti. La truna è troppo grande, i teli corti, chiuderla non si può perché la neve è troppo farinosa e non sta in piedi. Pazienza: “Dormiremo nel buco aperto!” ci diciamo con fierezza, in realtà vagamente preoccupati e simulando allegria con risate nervose. Mettiamo gli zaini all’entrata a mo’ di porta, come parziale riparo. Alle 18.39 la pseudo truna è finita: i teli svolazzanti la fanno somigliare ad una tenda di profughi: stracci dappertutto, dentro un casino allucinante tra zaini, maglioni, thermos, ghette, calzini, braghe, guanti e sacchi a pelo buttati alla rinfusa.

La truna è pressoché finita: notare la bottiglietta di Teroldego “in fresca” nella neve

Il casino allucinante dentro la truna

 Tiriamo fuori i materassini “autogonfiabili” (maddeché), posizioniamo le stuoie e poi i sacchi. Fa già un freddo spaventoso e ci rifugiamo dentro la truna dando tremende zuccate sul soffitto, che nel frattempo si è solidificato per il gelo. Degli 80 cm originali, il soffitto per via delle pance s’è abbassato in altezza a soli 40 centimetri, e siamo costretti a strisciare dentro a sobbalzi come trichechi. Di mangiare non se ne parla perché nessuno ha voglia, non accendiamo neppure i “lumini da morto” (quelli rossi per le tombe, una brillante idea di Agh) che avevamo in dotazione per scaldare e rallegrare l’ambiente. Diamo fondo alle ultime sorsate di tè caldo nel thermos e buonanotte, perfettamente e tragicamente consapevoli di avere davanti una lunga e dura nottata.

truna

Calano le tenebre sulla nostra tragica ghicciaia

Inutile farla tanto lunga, è stata durissima. Particolarmente spaventoso, per tutta la notte, il morso del freddo ai piedi, che parevano rosicchiati dai topi. Il vento gelido entrava con violente folate buttando dentro badilate di neve ghiacciata. Passiamo una nottata da incubo: gobbe moleste ci si conficcano nella schiena per via del pavimento sconquassato.

Per ben due volte mi sveglio che mi pare di avere un piede solo: l’altro non lo sento più! Per fortuna bastano delle smanazzate per ripristinare la circolazione. Cerchiamo di dormicchiare in qualche modo quando, dopo un periodo che pareva un’eternità, guardiamo l’orologio: sono le 8! Che avete capito, le otto di sera! Erano passate sole due ore. Momenti di sconforto. Altra sgradevole sorpresa: nel tentativo continuo di svoltolarsi per trovare una posizione meno scomoda, siamo presi continuamente da crampi, dal che capiamo che l’isolamento a terra è tutt’altro che perfetto. Guai ad allungare il braccio per cercare di massaggiarsi un piede o una gamba, polpacci e cosce si bloccano immediatamente in dolorose contrazioni. Dalla truna nel buio provengono a intervalli quasi regolari, per via dei crampi, degli “aaaarrghhh!” per quasi tutta la notte. Una notte agghiacciante, alla lettera. Si dorme male, malissimo, per brevi periodi, risvegliati dalle palate di neve gelata in faccia che il vento, manco lo facesse apposta, schiaffa dentro appena si piglia sonno.

Si guarda con pena infinita l’orologio, il tempo non passa mai. Tra una dormicchiata e l’altra “doppiamo” la mezzanotte con la stessa soddisfazione che deve aver provato Magellano doppiando il leggendario Cape Horn. Arrivano le 2, poi le 3, le 4, il sonno continuamente interrotto dall’ululato pauroso del vento e dai teli che sbatacchiano rumorosamente. Poi in una botta, forse per lo sfinimento, arrivano le 6. Resistiamo ancora eroicamente fino alle 7, nella vana attesa di un raggetto di sole per mettere fuori il naso. Macché, verso est una muraglia di nuvole impedisce il sorgere del sole sulla nostra tragica ghiacciaia.

In truna in Lagorai

Finalmente albeggia, il supplizio sta per finire…

In truna in Lagorai

Gli “orsi” escono dalla tana in condizioni pietose…

Alle 8, impossibile resistere oltre, usciamo dalla disperazione. Tremenda è la vestizione con altre zuccate sulle “pance” del soffitto, per rimettere pantaloni e soprattutto scarpe. Quelle di Ansiak sono letteralmente due pezzi di ghiaccio, e i suoi piedi esattamente il doppio della sera prima. Col fornelletto e il lumino da morto cerchiamo di ammorbidire la tomaia, ma è un’impresa vana. Dopo molti tentativi, finalmente un piede entra nella scarpa accompagnato da un urlo soffocato. Nel tentativo di allacciare i lacci gelati Ansiak dà un poderoso tirone eee…. straaaappp! Le resta il laccio in mano. Attimi di sgomento. Si provvede alla bisogna con un rappezzo di spago trovato in fondo ad uno zaino. Grazie al geniale suggerimento di AGH di usare la pala come calzascarpe, entra miracolosamente con un grido anche l’altro piede.

La bottiglietta da mezzo litro di Teroldego che abbiamo lasciato fuori dal bivacco, e che in teoria doveva servire per il brulè la sera prima, è un blocco di ghiaccio. I lacci delle scarpe sembrano fil di ferro e stanno su dritti come per uno spavento; facciamo la “foto simbolo” della gita.

In truna in Lagorai

La foto simbolo: anche le scarpe non sembrano aver passato una gran nottata

in truna in Lagorai

Finalmente un po’ di sole!

Decidiamo di sbaraccare e di raggiungere la vicina Malga Cagnon di Sopra, dove potremo sistemare meglio i nostri stracci e le varie masserizie. Ansiak ha uno zaino enorme e sembra una straccivendola in trasferta. In mattinata per fortuna esce un sole meraviglioso e la temperatura sale di brutto, facciamo l’ultima rampa in sauna perché ancora imbacuccati come palombari.

La piana di Campìo dove è avvenuto il tragico esperimento di sopravvivenza

In truna in Lagorai

Arrivo a Malga Cagnon

Alla malga finalmente ci rifocilliamo: siamo ancora a digiuno, diamo di piglio al Teroldego, che nel frattempo è diventato granita, e agli involtini di pollo. Il ritorno in sci avviene senza particolari problemi, a parte una “seduta a strascico” per frenare su un costone, e un volo con inginocchiata di Ansiak che nella caduta rovinosa rompe addirittura una scarpa (!), per fortuna non in modo irrimediabile.

“Mamma orsa” nel suo iconfondibile stile….

Lagorai

L’immancabile “pelle di leone” con groviglio inestricabile di sci e bastoni

 Insomma è andata bene: un’esperienza dura che però ci ha permesso di capire, anzi di sperimentare, che con un riparo minimo si può sopravvivere all’aperto in pieno inverno con temperature molto rigide. Secondo una nostra stima nella nottata, erano i famosi Giorni della Merla, la temperatura è scesa ad almeno -18°.

Discesa per la Val Calamento

Quella che nelle intenzioni doveva essere una confortevole nottata in truna si è tramutata, non volendo, in una vera e propria prova di sopravvivenza. Se in futuro ci dovesse capitare un bivacco forzato in qualche modo sapremmo cavarcela, soprattutto psicologicamente. Resta la curiosità di sapere come sarebbe stata quest’esperienza in una truna realizzata a regola d’arte. Sarà per la prossima volta. Forse ;)

© Copyright 2007- testo e foto di Agh

Avventura in truna in Lagorai

Ultimo sguardo indietro al paesaggio nel quale abbiamo trascorso una avventura indimenticabile

 

febbraio 13, 2015
di Agh
0 commenti

Risorse per l’escursionismo

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

bussola

Ho riunito in questo post un elenco di risorse utili per chi fa escursionismo in montagna. Fatene buon uso 🙂

Gim – Girovagando in Montagna – forum con migliaia di itinerari
girovagandoinmontagna.it

Sentieri SAT (Trentino)
Tutti i sentieri SAT on line
Sentieri SAT scaricabili per Google Earth

Mappe on line e non
Kompass (escurionistica e stradale)
Webmapp – Trentino con sentieri SAT (basata su OSM)
Portale Geocartografico Trentino (Provincia di Trento)
Visittrentino.it mappa navigabile con itinerari e altre info
Sentres – cartografia Alto Adige con itinerari e altre info
Istituto Geografico Militare
Geoportale Nazionale (Ministero dell’Ambiente)
3dRTE – (mappe 3d simil Google Earth)
Mappa escursionistica on line Alto Adige (da Sentres)
Open Street Map
Flash Earth (basato su mappe Bing e Yahoo)
Here.com (basato su mappe Nokia, solo stradale)
Svizzera cartografia on line

Centenario Grande Guerra
Escursioni “belliche”: itinerari selezionati in Trentino

Mappe vendita on line
Trekkart – Trentino mappe
Tabacco mappe
Kompass mappe
Istituto Geografico Militare
Lagiralpina mappe
Map-Store.it Kompass – Tabacco – IGM
Il Giramondo
Stella Alpina

Mappe 3D
Reality Maps (eccezionale risoluzione di mappe 3d invernali ed estive, Dolomiti incluse)

Tutorial GPS
Utilizzo e strumentazione GPS
Escursione e traccia GPS, coordinate e posizione geografica
Guida sintetica alla navigazione GPS
Calibrazione delle mappe con software cartografico per gps

Tutoriale Okmap – manuale utente

Tools – utility
Usare Google Earth per l’escursionismo
Identificatore delle cime: Makepanoramas : (software on line)
Identificatore delle cime: Peakfinder:  (software on line)

Links
SAT Società alpinisti tridentini storica associazione trentina
SOSAT Sezione operaia della SAT
SUSAT – Sezione Universitaria della Sat
Accademia della Montagna
Visittrentino.it sito ufficiale del turismo in Trentino | sezione escursioni
Il meglio dei blog di montagna (raccolta di blogs)
Mountain Bike Forum (comunità mtb molto attiva)
Sentieri Natura
Magico Veneto (sito ricchissimo di info e notizie)
Libri di montagna
Escursionando
Sentieri di Montagna
Hickr.org archivio escursioni
Everytrail archivio escursioni
Giscover archivio escursioni montagna e sportive
Sportinfotrentino.com archivio escursioni e sportive
Over the top (scialpinismo)

dicembre 14, 2014
di Agh
0 commenti

Cartografia Kompass online, gratis

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Cartografia Kompass online

Cartografia Kompass online

Forse non tutti sanno che la nota casa editrice Kompass offre un comodo servizio gratuito di cartografia online. Va precisato subito che si tratta di una cartografia semplificata rispetto a quella disponibile su carta, molto più dettagliata, ma è comunque molto utile per consultare rapidamente luoghi e sentieri.

La copertura della sentieristica è ottima per tutto l’Arco Alpino meridionale, soprattutto Trentino – Alto Adige, Veneto, Lombardia, Piemonte, ma si estende in parte anche ad altre regioni montuose italiane. L’Austria è coperta per intero, la Svizzera in parte. La cartografia generale si “appoggia” a quella di Open Street Maps.

Il servizio come detto è gratuito e non richiede alcuna registrazione. Kompass inoltre sta progressivamente arricchendo le sue mappe con un menu espandibile dal quale è possibile far apparire itinerari a piedi, con le ciaspole, gli sci o mtb, oltre a foto, webcam, punti di interesse vari. Si possono scaricare persino tracciati GPX. Le mappe sono anche disponibili e scaricabili per un uso offline tramite una app alla quale abbiamo dedicato un post MyTrails, l’app definitiva (forse) per l’escursionismo. Insomma un servizio davvero interessante, ma soprattutto gratis :).

Le mappe Kompass online

novembre 17, 2014
di Agh
52 commenti

MyTrails, l’app definitiva (forse) per l’escursionismo

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather

Mytrails, un’ottima app gratuita per l’escursionismo

Come usare lo smartphone per l’escursionismo: a questo argomento abbiamo dedicato il post Lo smartphone con GPS per le escursioni. Dopo molte prove ed esperimenti, segnaliamo ora l’ottima app MyTtrails, forse la soluzione “definitiva” per chi vuole usare cartografia gratuita senza tante complicazioni, con una app duttile, comoda, leggera, funzionale e che consuma poca energia lavorando in background. Il tutto spendendo pochi euro. L’app è disponibile anche in versione gratuita, con qualche limite nella dimensione delle carte per il download. Cosa ha di speciale MyTrails? In pratica, è in grado di visualizzare qualsiasi mappa disponibile on line: da Google Maps a Bing, da Osm a 4Umaps a moltissime altre, incluse immagini aeree e satellitari. Ma la pacchia vera è che ogni mappa può essere scaricata per l’utilizzo offline. Perché le mappe online, come si sa, non sempre sono disponibili in montagna per la mancanza di segnale, inoltre la connessione dati è altamente energivora ed ha il grave inconveniente di esaurire rapidamente la batteria dello smartphone.

Ma le buone notizie non sono finite qui: con MyTrails è possibile utilizzare anche l’ottima cartografia gratuita escursionistica della Kompass (sia pure nella versione semplificata, rispetto a quella cartacea, disponibile online) che copre buona parte dell’Arco Alpino orientale (incluse Svizzera ed Austria). Se non c’è già nell’elenco (dipende dalla versione della app scaricata) basta aggiungere alle mappe disponibili con l’opzione aggiungi mappa tramite URL (vedi figura) il codice esatto col quale prelevare la cartografia:

http://ec{3}.cdn.ecmaps.de/WmsGateway.ashx.jpg?Experience=kompass&MapStyle=KOMPASS%20Touristik&TileX={0}&TileY={1}&ZoomLevel={2}

MyTrails con la cartografia Kompass è,  a nostro parere, la migliore soluzione attuale per usare della buona cartografia gratuita per l’escursionismo, laddove sia necessario controllare saltuariamente durante l’escursione la propria posizione su una mappa cartografica con lo smartphone.  L’app permette anche il caricamento e la registrazione delle tracce GPS. Provare per credere. Sono gradite osservazioni in merito, consigli e suggerimenti.
MyTrails è scaricabile per Android dal solito Google Play.

Update: interessante anche il layer “terrain” di Google, che mostra la morfologia del territorio. Per usarlo in MyTrtails si usa la stessa procedura descritta in precedenza, basta aggiungere una nuova mappa tramite url con il codice:

http://mt{3}.google.com/vt/lyrs=p&x={0}&y={1}&z={2}