Autore Topic: Storie di pastori a Malga Pudria - Val di Pejo  (Letto 2361 volte)

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Baito Pudria 1962

Nel Trekking in Val di Pejo di due giorni (1) M. Redival 2973 e 2) Baito Pudria - Lagostel 2454) abbiamo pernottato al meraviglioso bivacco di Val Pudria, in origine era la vecchia malga, recuperata e ristrutturata. All'interno, su un grosso libro, abbiamo letto delle interessanti note storiche, che abbiamo trascritto e che qui riproponiamo. Descrivono la dura vita dei pastori che negli anni si sono succeduti alla malga.

I lavori di ristutturazione del "Bait di Val Pudria", iniziati nel 2011, sono terminati nell'estate 2013 e si è proceduto all'inagurazione. "EI bait" situato a 2114 m.s.l.m.. è posto nell'omonima zona è raggiungibile percorrendo il sentiero che parte dal Fontanino di Peio nella valle del Palù. La val Pudria è sempre stato un pascolo "alto" usato nei mesi di luglio ed agosto dalle mandrie di bestiame dei censiti di Celentino che durante gli altri periodi di malga erano stanziali alla malga del Palù. La malga ("el stalon") costruita prima della guerra mondiale era adibita al ricovero estivo delle mucche da latte e dei vitelli, e negli anni successivi del bestiame senza latte e delle pecore.


Baito Pudria 2016

Nel dicembre 1916, ( notte di S. Lucia) durante la prima guerra mondiale, la struttura fu distrutta da una valanga, venne ricostuita negli anni 1918/1919 vicino al vecchio (stalon) con il materiale ricuperato dalla struttura distrutta. Nell'anno 1934 un'altra valanga distrugge di nuovo tutto il sito che venne ricostruito nell' anno 1937 dove si trova tuttora. Ci racconta Giuseppina Pretti, allora aveva 11 anni, i muratori erano i fratelli Oreste e Angelo Pretti "Spade" e lei, che era figlia di Oreste, faceva da manovale e da cuoca.

I materiali quali sassi e legname vennero ricuperati ancora una volta dal vecchio " bait", la sabbia ricuperata sul posto mentre la calce veniva trasportata con i muli da Pian Palù. In aiuto a questi due muratori i proprietari del bestiame erano obbligati, a turno, a prestare una giornata di lavoro. Dal 1940 al 1965 si sono avvicendati diversi pastori di Vermiglio, si ricordano: Serra Annibale (Bernardin), Longhi Lino (Zilia), Stablum Serafino (Bagol), Samuele Costa (Solenk), Cogoli Giovanni (Bocalin) dal 1945 al 1960, Dallatorre Ergisto (Olif) di Celentino, Gregori Pacifico (Pacico) di Peio.


Festa a baito Pudria, estate 1961

Il Baito di Malga Pudria E' di proprietà dell'Amministazione Usi Civici (A.S.U.C.) di Cellentino. Nell'anno 1997 "el Bait" era già stato oggetto di lavori di manutenzione da parte dei cacciatori della Riserva di Peio. In quella occasione era stata rifatta la copertura del tetto, il caminetto con relativo camino e dotato il locale di una stufa a legna e un po' di mobilia. Ora è stato realizzato un unico locale dei due precedenti, con rifacimento del pavimento in legno e piastre in pietra, perlinatura di tre pareti, sostituzione completa del soffitto, intonacatura interna ed esterna in raso pietra, sostituzione della porta di ingresso, fornitura e posa in opera di due finestre, tamponamento del sottotetto ( ora adibito a deposito e pernotto in caso di affollamento), sostituite le gronde ed i paranevi, fornitura della mobilia (letti a castello, tavolo, vetrina e panche). Tutte le opere in legno sono state realizzate in larice.


Volontari dell'ass. cacciatori che hanno ripristinato Malga Pudria

Giovanni "Bocalin" Cogoli, Gregori Pacifico "El Pacico", pastori a Malga Pudria

Intervista ad un pastore
E' triste e commovente parlarvi della mia vita di pastore; accetto di farlo pensando solo che la mia esperienza possa essere utile a voi ragazzi per apprezzare quello che non sapete di avere. lo non sono un pastore, o meglio, non sono più pastore; ho un lavoro sicuro, una famiglia, ma torno spesso con mia moglie e i miei bambini nei luoghi in cui ho fatto il pastore e li rimpiango. Mio padre non aveva ne campi ne prati; sono figlio di un minatore, uno di quei tanti minatori dell'alta Val di Sole che per allevare la propria famiglia sono morti di silicosi. Sono uno dei tanti orfani, mio padre è morto a 36 anni, quando avevo 9 anni, mia sorella 12, mio fratello 7 e l'ultimo 20 giorni. II papà ha voluto che si chiamasse come lui; ora ha 25 anni. A 9 anni ho iniziato a fare il pastore dei vitelli con un uomo anziano e molto buono che mi voleva molto bene, come se fossi suo figlio.

La nostra famiglia era numerosa, cosi una bocca in meno da sfamare e due lire a a settembre rappresentavano un sollievo. Il papà stava male. E un giorno mi dissero di tornare a casa. Papà faceva molta fatica a espirare, il caldo di luglio lo opprimeva e bisognava portarlo di nuovo all'ospedale. Egli sapeva che era l’ultima volta, mi disse: sto male, tu sei il più grande, fa il bravo ed aiuta la mamma e tutti. Sono poi ritornato in montagna, per ridiscendere di lì a pochi giorni per il suo funerale; poi sono ritornato lassù fino a settembre, con il mio vecchio pastore “Pacico". E cosi per 4 anni: d'inverno a studiare, d'estate in montagna. Certamente il vecchio pastore, la montagna e le bestie, uniti all'amore di mia mamma e dei miei fratelli che appena potevano salivano a trovarmi mi hanno aiutato a superare quei momenti difficili, terribilmente tristi e pieni di responsabilità che certo non sono adatti per un ragazzo di 9 anni.

La vita del pastore è ricca di esperienze e mi ha insegnato a capire molte cose, ad apprezzare quello che io e i miei figli abbiamo. Purtroppo solo gli occhi ed il cuore di un pastore riescono a vedere e percepire cose che le altre persone non vedono. Dico questo, forse in tono un po' polemico, per spiegare una cosa a quelli che purtroppo, e sono tanti, credono che i pastori siano persone poco intelligenti, essendo questo un lavoro che per guadagnarsi da vivere non richiede doti particolari. Non è vero. lo ho conosciuto dei vecchi pastori che sapevano distinguere, dalle impronte lasciate da una mucca, il suo stato di salute, se era giovane o vecchia, se era una mucca da latte oppure no, se correva o pascolava lentamente, con la pratica andatura a zig zag in cerca delle migliori erbe.

Alla sera le mucche, prima di coricarsi, cercano un posto per dormire; si girano due tre volte su se stesse fiutando l'aria, cercando di percepire il tempo, in modo tale da ripararsi e mettersi contro vento; sanno già se durante la notte l'aria cambierà direzione. Oltre queste, moltissime cose che purtroppo mi sono dimenticato. Ho però tanti bei ricordi  e tra questi due in particolare che ricordo di frequente quando ritorno sulle malghe dove sono stato con le mie bestie. E devo cifre che lo faccio sempre molto volentieri.



Il primo giorno di malga era una festa straordinaria che incominciava già il giorno prima; andavano a letto presto, perché il giorno dopo di buon mattino all’alba bisognava essere pronti per portare le bestie in malga all'alba. Quasi all'improvviso tutto il paese si riempiva di voci, di richiami di porta in porta, si formavano vari gruppi e, quasi all'improvviso, nell'aria frizzante del mattino, si levava verso il cielo una sinfonia di campanacci in segno di gioia.

Le mucche più anziane conoscevano già la strada, sapevano che le avrebbe aspettate una giornata faticosa, con un lungo cammino, ma sono sicuro che l'affrontavano con tanta felicità dentro perché ritornavano ai vecchi pascoli, dove c'era l'erba e l'acqua migliore, quelle giovani affrontavano con stupore ed impazienza quel lungo viaggio pieno di novità ed imprevisti; però tutto intorno si sentiva che per tutti era felicità. Sono le piccole cose, le cose semplici che fanno felici; peccato che molte volte ce ne dimentichiamo.

Verso le 11, anche gli ultimi ritardatari, arrivavano in vista della malga dove il fuoco era già acceso, tante voci allegre, si incominciava a sentire il profumo della polenta. Si pranzava seduti sui prati vicini, tra chiacchiere scherzose. Poi, il pomeriggio, dopo un ultimo sguardo alle proprie mucche, si faceva ritorno a casa, era finito il giorno di festa. Solo il pastore rimaneva lassù, a sfidare il tempo, aspettando l'autunno, un po' trepidante, sperando che tutto vada bene, che ci pensasse anche S. Antonio.

L'ultimo giorno di malga, l'autunno di solito, era annunciato dagli spari dei cacciatori. L'aria del mattino incominciava a a farsi più fredda e le giornate più corte. Attorno le montagne incominciavano a colorarsi di un infinità di colori. Anche le mucche non sono più le stesse, hanno cambiato atteggiamento: non sono più tranquille e pigre come durante l'estate, sono nervose, non mangiano più volentieri l'erba che ora è diventata acida, continuano a girovagare e fiutando continuamente l'aria che ogni tanto porta qualche fiocco di neve. Le mucche arruffano il pelo, sono le prime avvisaglie; è finita la stagione, è ora di tornare a casa. "L'è ora de voltar su le cadene".

L'ultimo giorno del pastore non è sicuramente allegro come il primo. Da una parte c'è la gioia di aver terminato, magari bene un lavoro; dall'altra però la tristezza di dover andare via. Abbandonare una casa che ti ha protetto dalle intemperie, dai temporali, e che ha pianto e gioito con te durante tutti i giorni tristi e allegri. Ecco per gli occhi del pastore la malga è come la sua casa; egli sa che è stata costruita tanti tanti anni fa con tanta fatica, con pochi soldi e mancanza di mezzi, è il frutto di sacrifici di tanta gente e va amata e rispettata. Ecco perché il pastore l'ultimo giorno è triste, anche se sa che quelle mura lo aspetteranno anche il prossimo anno, come un simbolo di amore. Un ultimo sguardo, e poi giù verso la valle, senza voltarsi, con una promessa...."arrivederci all'estate prossima".... Chissà fino a quando.


Anni 1959-1960: Gigi Bocalin (in alto a sx), sua mamma e le tre sorelle, manca la più piccola

IL BAITO DI "VAL PODRIA" (cosi la chiama el Gigi Bocalin)
Mi fa molto piacere che delle persone si interessino al baito di Valpodria e vi posso assicurare che me lo porto nel cuore e nei miei sogni. E' difficile che non faccia una capatina in val Podria quando vado a Vermiglio. Indimenticabili quei giorni, appena terminata la scuola, verso il 15 di giugno, eravamo pronti con i miei genitori, per la transumanza al Palù.

Si caricava tutto sul carro con cavallo dei miei cugini veronesi che ci accompagnavano fino al Fontanin. Le masserizie caricate sul carro che dovevano servire per il sostentamento per un periodo di circa 3 mesi, comprendeva n° 2 maiali, 5-6 galline, 2 sacchi di pane di segala, 2 sacchi di farina rossa, 1 di farina bianca, vari paioli, padelle ecc. Con mio cugino Matteo, che conosceva la strada, io e mia sorella maggiore Pina, appena eravamo in grado di camminare sino al Palù con 15-20 capre, due mucche e qualche giovenca, partivamo da Vermiglio- inverso Fucine- Celedizzo- inverso Cogolo- Fonti di Peio- Fontanin- Malga Palù, dove mio padre aveva provveduto a bruciare qualche scarpa vecchia nel baito per scacciare eventuali vipere, per poi svuotare il letto dal vecchio fierume, dove facilmente erano annidiate delle vipere, per poi procedere al taglio di nuova erba che in 3-4 ore seccava e veniva posta nell'unico lettone, dove l'ordine di giacenza era il seguente: mio padre- mia madre- le sorelle Nadia- Daniela- Flavia- Pina- ed io Luigi l'unico maschio, mentre mia nonna Lucia e mio cugino Matteo dormivano nel reparto cucina su una specie di panca che di notte diventava letto.

Questo avveniva nel vecchio baito di pietre dove di notte si vedevano i chiari di luna. Mi sembra ancora adesso di rivivere quei momenti di gioia quando, non mi ricordo l'anno, abbiamo trovato il baito nuovo, per noi era come una villa, anche perché a Vermiglio abitavamo in una casa molto piccola, con le camere sparse sui ponti e nel vedere che nel baito nuovo c'era la turca, il focolare con forno, l'acqua in casa, lo sentivamo nostro. Si stava molto meglio, però a dormire era sempre la stessa musica, tutti nel lettone con la stessa posizione, per cui quando uno si girava, automaticamente dovevamo girarci tutti, altrimenti respiravamo uno in faccia all'altro.


1950: famiglia del "Bocalin". A sx sua sorella, a destra la moglie, sotto due dei cinque figli, il più piccolo è il "Gigi Bocalin", autore della Storia della Val Podria

Verso metà luglio si transumava con tutte le masserizie, maiali, galline comprese in val Podria e mi ricordo che quando si giungeva sul piano vicino al piccolo torrente si apriva la valle con Valalta, il cuore scoppiava di gioia (spero che nell'aldilà esista una Valpodria). Abbiamo vissuto da poveri, ma ringrazio i miei genitori che sicuramente hanno sofferto per noi, ma indimenticabili quelle montagne, i camosci, le marmotte, il falco che ci mangiava le galline, i vitelli e le capre che diventavano selvatiche, i moratoi (negritelle), quel profumo di selvatico che ancora adesso, il mio locale è à quota 2300 m slm, ogni tanto respiro e con la mente tomo alle origini.

Quel piccolo baito di Valpodria, era già costruito, con sassi e calce, mio padre aveva provveduto a cintarlo, così le bestie non entravano in casa, ed era cosi composto: a sinistra c'era il fuoco con il treppiedi ed il paiolo appeso, il fumo usciva libero dal solaio, in fondo il solito grande letto, a destra un piccolo tavolo con panca, mentre l'acqua dovevamo prenderla con i secchi al biol sottostante dove il sentiero passava tra delle pietre, dove si vedevano sovente delle vipere, di fianco c'era la stalla che serviva per rinchiudere i capi gruppo delle capre tutte le sere, altrimenti diventavano selvatiche come i camosci ed era difficile poi riprenderle e anche perché dovevamo mungerle.

La sera si accendeva la lampada a carburo che sovente scoppiava e così si rimaneva al buio e mio padre ne approfittava per recitare il rosario. Per poi al mattino svegliati dalle giovenche che incominciavano a muoversi con i loro campanacci e mia madre stava già preparando la moca, che era la nostra colazione fatta di farina bianca e rossa con il latte. Prendendo la mantellina, ancora della tot (guerra), il bastone, con in testa il calci, mio padre mia sorella Pina, con la mandria, salivamo sino in Valalta una magnifica conca piena di "moratoi" (negritelle) e che spingendosi sino alla vetta si vedeva il Comediolo ed in fondo il Montozzo, vallate rimaste intatte come la grande guerra le ha lasciate.

La mia passione era esplorare specialmente le baracche ancora con la paglia dentro, con delle cataste di bombe inesplose resti di fucili, elmetti. Ero la disperazione di mio padre, perché poi doveva cercare me, che dovevo custodire le bestie. Pensate che mia madre tutti i giorni preparava il pranzo, per poi portarcelo con in braccio qualche mia sorella ed attaccate alle gonne le altre; mio padre stava attento e quando usciva dal baito, mia sorella Pina le andava incontro ad aiutarla e tutti insieme si mangiava la polenta ancora calda, con spezzatino di marmotta, mentre la sera la minestra di latte con poco riso e un pezzetto di formaggio; era formidabile per riempirci la pancia.

Non abbiamo mai sofferto la fame e per questo dobbiamo ringraziare i miei genitori e la Madonna che ha protetto quei piccoli pastorelli dalle malattie, dagli infortuni e dalle vipere; immaginatevi cosa poteva capitare se in Valpodria ci ammalavamo con febbre alta o morsi da qualche vipera, non avevamo nemmeno il siero antivipera, per questo in primavera se possibile, voglio portare una piccola targa da mettere nel baito di ringraziamento alla Vergine, che sicuramente ci ha protetti e fatti crescere tutti in ottima salute e anche fortunati. Spero di non annoiarvi ma mia madre raccontava che quando muovevo i primi passi eravamo ancora nel vecchio baito, io scivolavo ed andavo a finire nelle ortiche, procurandomi delle vesciche di avvelenamento, i miei genitori credevano che morissi, ma è stato determinante l'intervento di mia nonna Lucia che, mungendo le mucche, mi immergeva nel latte salvandomi.

Qualche anno più tardi un vitello mi caricò mettendomi sotto, per fortuna nelle vicinanze c'era mio padre che mi tirò fuori, ma per lo spavento mi fece balbettare per un anno e mi venne una ciocca di capelli bianchi, anche mia sorella Daniela venne caricata da una pecora che a testate veniva accantonata contro un muro del baito di Valpodria, facendola spaventare e rimanere senza fiato, trovandola ormai nera sotto il letto. Queste sono le cose che rimarranno sempre in noi come quando un propietario (bacan) di qualche giovenca, venendo a fare un giro in Valpodria (eravamo al pascolo), si sedette tirando fuori dallo zaino del pane fresco, salame e formaggio. Noi pensavamo guardandoci io e mia sorella Pina, adesso ce ne dà un pezzetto, avevamo la bava alla bocca, invece rimise tutto nello zaino, penso di averlo maledetto.

A riguardo della diga del Palù, l'abbiamo vista nascere e crescere, mi ricordo l'estesa prateria con il torrente in fondo e il piccolo muraglione di presa dell'acqua, tutte le baracche del cantiere, la sirena di inizio e fine lavoro, il trenino che trasportava ghiaia. Ma sopprattutto lo spaccio dove mia madre andava di tanto in tanto a comprare qualche alimento di prima neccessità, si rimediava qualche pezzo di cioccolata che il magazziniere di Peio (Zopetta), sicuramente ha aiutato tanto i miei genitori, perché non sempre avevamo i soldi per pagare. Verso metà settembre si ritornava a Vermiglio e alla fiera di S. Michele verso fine settembre mio padre veniva pagato.
Spero di non avervi annoiati ma mi ha fatto un enorme piacere rivivendo quel periodo indimenticabile della mia vita. Grazie.
 
IL GIGI “BOCALIN”
(Giovanni Cogoli)
Testi e foto sono stati ricavati dall’album di Malga Podria


Giovanni Cogoli "Bocalin" di Vermiglio 1917. Pastore in Val Pudria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino al 1960
« Ultima modifica: 02/10/2017 08:38 da AGH »