[DOLOMITI DI CADORE] Trekking di 4gg: da San Vito a Fanes

Autore Topic: [DOLOMITI DI CADORE] Trekking di 4gg: da San Vito a Fanes  (Letto 1055 volte)

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Offline Matteo Nicolin

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Da sinistra a destra: Sass de Stria (2477m), passi di Valparola e Falzarego, Lagazuoi (2778m) visti dal sentiero 419.

Dopo circa 10 mesi di città sulle coste del mar del nord, come ormai da copione, arrivo a casa a metà giugno con una voglia incredibile di precipitarmi sui monti. Già da qualche settimana prima di rientrare assillavo parenti e amici con arditi piani escursionistici, tra i quali svettava una traversata di 10 giorni da San Vito di Cadore a Misurina, che seguisse gli aggrottamenti più solitari e insoliti dei Monti Pallidi orientali.


GIORNO 1 - dal Rif. Senes a Casera Prendera - 7.8km, 1000D+

La mattina di mercoledì 21 giugno mio fratello Riccardo e io siamo in autostrada verso le Dolomiti e verso quell'idea elettrizzante: dormiremo in tenda, in modo da poterci permettere di allontanarci dai formicai turistici che troppo spesso si incontrano da quelle parti. Gli zaini sono molto pesanti, ma non è la prima volta che questo accade e sappiamo per esperienza che dopo il primo giorno ci si abitua (più o meno).
Il sole splende sull'anfiteatro prealpino bellunese mentre noi effettuiamo una deviazione verso Belluno per fare il pieno di metano alla macchina, rimanendo ancora una volta colpiti da quel sapore di "città industriale padano-veneta" che circonda il centro storico del paesotto d'origine di Buzzati: lunghi rettilinei tra Ponte Nelle Alpi e il capoluogo di provincia che sembrano trincee scavate tra capannoni e centri commerciali da cui a malapena si scorgono i monti circostanti, che rendono il tutto un po' più uguale alla maggior parte delle afose città di pianura. Clacson indaffarati che contestano l'indolenza di altri clacson addormentati ai semafori. Ci muoviamo in questa giungla di copertoni e cemento armato fino al distributore, facciamo rifornimento e ripartiamo. Nel giro di un quarto d'ora siamo di nuovo in direzione Cortina: mano a mano che saliamo l'afa lascia il posto ad un venticello ben più respirabile.
Arriviamo al punto di attacco, il Rif. Senes (1214m), verso le 12:30. A questo punto decidiamo di pranzare direttamente, in modo da non doverci fermare per la via, che sappiamo essere assai erta, specie considerando i 20kg abbondanti di zaino a testa: in poco meno di 8km dovremo raggiungere Casera Prendera (2148m)... Una partenza col botto, come si suol dire, specie dopo svariati mesi senza sentire manco l'odore delle montagne. Ce ne rendiamo conto presto, il sentiero 436 si inerpica dapprima nel bosco e poi sui pendii pratosi. Verso sud dei preoccupanti nuvoloni risalgono dalla pianura verso nord, speriamo di arrivare alla Prendera prima che loro arrivino sopra di noi.
Dopo un paio d'ore di cammino raggiungiamo il bel Tabià Frates (1715m) (tabià, taulà = fienile), una minuscola baita circondata da asinelli curiosi, sorvegliati da un pastore piuttosto distante, che non sembra intenzionato a fermare gli animali dall'avventarsi sulle nostre noccioline. Noi facciamo capire loro che non c'è trippa per gatti (o noxéle par mussi che dir si voglia), ma loro testardi e speranzosi ci seguono persino per un breve tratto oltre il tabià.

 
Lungo il sentiero 436, prima tra gli alberi e poi su prati dalle pendenze improbabili, al culmine dei quali svetta la Rocheta de Ciampolongo (2287m).

Risaliamo per altri 200 metri di quota poi il percorso si fa meno scosceso. Nel mentre le nuvole che prima vedevamo verso la pianura ora sono sopra di noi e si incontrano in fragorosi abbracci con le amiche scese dal nord. Verso le cinque del pomeriggio comincia prima a piovere e poi a grandinare: dietro ad ogni gobba del versante speriamo di veder spuntare la nostra meta, un ricovero per animali nella radura sotto al Col Duro (2335m), ma niente, ancora un altro promontorio da aggirare. Intanto la grandine si fa più grossa e i tuoni si avvicinano preannunciati dai fulmini e per un paio di volte consideriamo l'eventualità di fermarci in qualche anfratto ad aspettare che spiova, sempre decidendo poi di continuare: la casera non può essere così lontana e il tempo sembra semplicemente peggiorare, aumentando il rischio di incorrere in frane e folgori. Arriviamo ad un canaletto franato di recente estremamente sabbioso e esposto al temporale, ora in procinto di tramutarsi in torrente e di trascinarsi instabile a valle: aiutandoci con gli ultimi rami di pino mugo prima della fanghiglia ci accingiamo ad attraversarlo, attenti che il peso dei grossi zaini non ci faccia scivolare. In pochi secondi raggiungiamo le radici dei mughi dall'altra sponda, a cui ci appigliamo. Ora siamo più al sicuro meno esposti, ma attorno a noi il tambureggiare cresce mentre la dimensione dei chicchi aumenta ancora e i proiettili di ghiaccio cominciano a farsi sentire su mani e testa. Ormai non ci sono più alternative, il terreno è brullo e non offre ripari, dobbiamo raggiungere la Prendera. Trottiamo all'erta per un lasso di tempo che non saprei definire, fino a quando i cumuli di nebbia si alzano e ci lasciano intravedere, a un centinaio di metri, il nostro obiettivo!
Tra noi e questi un prato completamente spoglio attorno a cui baluginano saette: non posso fare a meno di pensare a tre anni prima con Daniele, dall'altro lato della valle, nella stessa identica situazione a coprire con affanno i metri ripidi e nudi che ci separavano dal rifugio, schivando i lampi a tempo di bestemmie... Ora il tratto da coprire è meno scosceso ma dannatamente più esposto: dobbiamo correre nonostante il peso dello zaino e il terreno zuppo; non perdo fiato o energie per imprecare, meglio pensare a mettere giù bene piedi e bastoncelli.
Finalmente raggiungiamo Casera Prendera (2148m) che fortunatamente consta di due lunghi ricoveri per animali e una casupola per i pastori, che troviamo chiusa. Fantozzianamente, la soddisfazione di essere al coperto dura poco perché il temporale si allontana ridacchiando cupamente, pago di averci spaventato a dovere, e con esso la grandine e buona parte della pioggia. In compenso davanti a noi si staglia il Monte Pelmo (3168m), della cui vista non ci si stanca mai. Appena fuori dai ricoveri, un paio di centimetri di grandine evocano un'atmosfera di inverno confuso e surreale. Rimango lì imbambolato, poi mi ricordo della macchinetta fotografica dentro allo zaino, allora incurante d'esser fradicio decido prima di tutto di immortalare il momento...


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Il Pelmo (3168m) si rivela, dietro alle nuvole si intravede il Civetta (3220m), mentre a destra l'anfiteatro è cinto dal Col Duro (2335m).


Dopo qualche minuto vengo giustamente riportato alla realtà da Riccardo, che mi intima di riporre la fotocamera e di darmi da fare. Mi levo l'impermeabile (ormai solo di nome) e gli altri indumenti zuppi, ne indosso di asciutti e tiro fuori il materiale per piantare la tenda. Decidiamo di dormire sotto al ricovero, in modo da non dover asciugare i teli l'indomani mattina e poter ripartire più speditamente. In una ventina di minuti la tenda è pronta. Sono circa le sette di sera, mettiamo su l'acqua e prepariamo un brodo caldo per contrastare la temperatura molto bassa, non abbiamo un termometro ma il freddo è penetrante e umido. Finito di mangiare diamo una veloce pulita alle stoviglie, chiudiamo le cerniere della tenda e ci sdraiamo nei sacchi a pelo. È stato un primo giorno davvero provante, ma ci vuole ben altro per toglierci la voglia accumulata in un anno! "Spegniamo la luce" verso le 20:00 e chiudiamo gli occhi nel silenzio ora assoluto della vallata sottostante e delle cime che ci circondano, silenzio incredibile al quale non si può mai dire di averci davvero fatto l'abitudine.


GIORNO 2 - da Casera Prendera al Lago Limedes - 12km, 800D+

La sveglia suona alle 5:30, facciamo colazione e usciamo al freddo dell'alba nascitura ed un cielo terso ma ancora un po' insonnolito ci da il buongiorno. Mentre i raggi si protendono sempre più vicini alle loro rocciose mete noi smontiamo la tenda e recuperiamo i vestiti ancora umidicci del giorno prima: li legheremo all'esterno dello zaino, sicuramente non appena la luce diretta del sole li colpirà si asciugheranno in un battibaleno. Ecco che l'alba risplende e inonda di nuova vita il Pelmo e il Civetta, mentre il pigro Antelao ancora si crogiola nel controluce che lo rende una piramide di notte.


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Il neonato giorno sta per arrivare anche su Pelmo (3168m) e Civetta (3220m), mentre a sinistra l'Antelao (3264m)
ancora si concede qualche attimo di notte.



Ultime chiazze d'inverno, di cui l'atollo dolomitico si sta per dimenticare.


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Pochi minuti dopo, i monti brillano dell'ennesima rinascita.



Poco prima di partire diamo uno sguardo al Beco de Mezodì (2603m) e alla Forcella Col Duro, che di lì a poco dovremo scavalcare.

Una volta riposto tutto negli zaini riprendiamo a salire lungo il sentiero 436 che dopo un quarto d'ora, scavalcata la Forcella Col Duro, si abbassa un poco lungo le pendici dei balzi di roccia sotto ai quali un altro pianoro conduce la vista fino alle Pale di San Martino. Dopo circa tre quarti d'ora arriviamo alla Forcella Ambrizzola (2277m), da cui scorgiamo il Lago Federa (2046m) e persino Cortina d'Ampezzo. Dopo un paio di foto non scendiamo verso lo specchio d'acqua, ma viriamo a ovest e continuiamo a seguire il sentiero 436 che ora corre sotto i Lastoi de Formin, attraverso il rigoglioso pianoro del Mondevál. Arriviamo verso le 8:15 alla Forcella Giau (2360m) e, a 2 ore dalla partenza, mangiamo un paio di noci e beviamo un sorso d'acqua. Davanti a noi la vista è aerea, mozzafiato.


La vista da Forcella Ambrizzola (2277m), da cui si scorge il Lago Federa (2046m).


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Guardando a sud: il Pianoro del Mondevál visto da Forcella Giau (2360m).



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Guardando a nord: Passo Giau (2233m), il Ra Gusela (2595m), Cinque Torri (2361m), i gruppi del Lagazuoi e delle Tofane.


Ci rimettiamo in cammino lungo il sentiero 436, nuovamente in ombra e attraverso la lunare Val Cernera, che discendiamo per poi risalire dall'altro versante fino alla Forcella de Col Pimbin (2239), che si trova a un paio di minuti da Passo Giau (2233m), che raggiungiamo verso le 9:30. Facciamo rifornimento d'acqua e indugiamo al tepore del sole per una mezz'oretta. Attorno a noi motociclisti, camperisti e ciclisti che si avvicendano su e giù per il passo: una parentesi di umanità nell'altrimenti invariato discorso a tre fra noi due e la montagna. Verso le 10 rimettiamo gli zaini in spalla e procediamo sul sentiero 452, lasciandoci alle spalle tutta quella gente senza pesi da trasportare e con tutto il tempo del mondo a disposizione per starsene in panciolle. Memori del temporale del giorno prima, vogliamo evitare di ripetere l'esperienza e arrivare alla nostra meta prima che il maltempo raggiunga lei o noi.
Ora il sole comincia a fare sul serio, sudiamo copiosamente mentre incespichiamo sull'eterno ghiaione che passa dietro ai contrafforti del Nuvolau (2574m). A poco serve la crema solare, che si riversa al suolo assieme ai litri di sudore. Dopo una quarantina di minuti il 452 si innesta nel sentiero 464, che si impenna violentemente per un paio di centinaia di metri di dislivello. Il caldo e la fatica ci frastornano a tal punto che per poco non andiamo a incrodarci su un ghiaione fuori sentiero seguendo tracce più o meno immaginarie. Tant'è, verso mezzogiorno e mezzo raggiungiamo il Rif. Averau (2413m), meta designata per il pranzo, circondato da combriccole più o meno strepitose nell'uccidere la bellezza del luogo con le loro voci stridule e superflue: dalla classe di catechismo che lascia i sacchetti di plastica per terra agli americani sovrappeso che rischiano l'infarto o più generalmente il collasso ad ogni passo, quasi tutti arrivati grazie alla democratica seggiovia. Mangiamo masticando insalata di pollo e offese più o meno mirate e ci concediamo il lusso di un buon caffè al rifugio e una lussuosa puntata ai bagni. Mentre sorseggiamo il caffè intratteniamo una simpatica conversazione con una famiglia di escursionisti: lui è americano, lei francese e hanno due bambini. Da quello che capiamo i due genitori non si vanno proprio a genio, ma rimangono assieme per i figli. Sono qui in macchina e bivaccano di notte in notte in diverse radure.
Sono le 13:30 circa, in fondo all'orizzonte vediamo apparire i primi nuvoloni della giornata, da non sottovalutare. Ci aspetta ancora un po' di strada, per cui meglio partire. Salutiamo la famiglia e ci avviamo per il sentiero 419, che corre lungo il versante sud ovest dell'Averau (2649m) per poi sbucare in vista del Passo Falzarego (2105m), oltre la Forcella Averau (2435m). Per la seconda volta nella stessa giornata seguiamo alcune tracce che ci portano fuori sentiero, addirittura fino a scorgere il Rif. Scoiattoli (2255m), cosa che ci fa fermare a ragionare sulla direzione da prendere: ricorriamo al GPS del telefono per alcuni istanti, in modo da avere un'idea precisa di dove ci troviamo, dunque sulla base di quest'informazione ci spostiamo verso quella che secondo noi è la direzione giusta per poi controllare di nuovo col GPS. Nel giro di un quarto d'ora siamo di nuovo sulla traccia del 419, che scende praticamente nel greto di un torrente in secca. Mano a mano che ci abbassiamo appaiono le prime piante d'avanscoperta, cespugli di pino mugo e giovani abeti rossi; le nuvole stanno arrivando, ma ampi fazzoletti di azzurro sono ancora visibili. Ecco che a poche centinaia di metri scorgiamo il Lago Limedes (2171m), purtroppo completamente secco, che raggiungiamo verso le tre del pomeriggio. Poco più in basso, in direzione sud-est, troviamo una meravigliosa radura con i resti di un focolare non visibili dal sentiero dove decidiamo di accamparci. In un quarto d'ora montiamo la tenda e ci concediamo un'oretta di riposo.


Da sinistra a destra: Sass de Stria (2477m), passi di Valparola e Falzarego, Lagazuoi (2778m) visti dal sentiero 419.


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L'appartata radura dove trascorreremo la seconda notte.


Ci svegliamo verso le 16:30 e notiamo che mentre sonnecchiavamo le nuvole si sono accalcate sopra le nostre teste e hanno cominciato a brontolare, per cui riteniamo opportuno scavare una canaletta attorno alla tenda in modo da mantenerla quanto più possibile asciutta. In mezz'ora il lavoro è completato e al suono di 'assa che'l vègna! (il maltempo, ndr) prepariamo una pasta per cena. Mangiamo e andiamo a letto, nonostante non abbiamo molto sonno, sappiamo che arriverà e comunque è meglio essere riposati per la scarpinata del giorno seguente. Cullati da tuoni distanti e da qualche goccia discreta ci scambiamo poche parole per alcuni minuti ancora e finalmente ci addormentiamo.


GIORNO 3 - dal Lago Limedes alla Piana di Fanes - 13km, 1000D+

Ci svegliamo anche oggi poco prima dell'alba, facciamo colazione e ci affacciamo dalla tenda aspettandoci un bel cielo pulito, ma tra noi e il Lagazuoi si frappongono dei preoccupanti nuvoloni scuri, in mezzo a cui i potenti raggi dell'alba riescono tuttavia a fare capolino. Smontiamo la tenda e lasciamo a stendere per alcuni minuti il telo esterno umido. Nel mentre ci accorgiamo che più in alto due fotografi o aspiranti tali si sono appostati per immortalare il sorgere del sole. Mentre il telo si asciuga ricopriamo le canalette e ripristiniamo la radura a come l'avevamo trovata, poi impacchettiamo tutto e ci mettiamo in marcia.
Sembra che il tempo abbia deciso di essere clemente, tanto che il sole splende già sui prati che ci separano dal Passo Falzarego (2105m). Ad un tratto udiamo una voce familiare: ci giriamo ed ecco che da dietro una collinetta erbosa sbuca l'americano del giorno prima, che ha bivaccato con la famiglia lì vicino. Sorridente ci parla delle sue prodezze trail-running, ci fa gli auguri e se ne torna verso la tenda. Proseguiamo verso il Passo Falzarego (2105m) a cui arriviamo verso le 7:00. Decidiamo di aspettare per mezz'ora, speranzosi che uno dei bar apra in modo da poter far rifornimento di acqua. Nel frattempo le nuvole tornano ad addensarsi sopra di noi e al Lagazuoi, cosa che ci spinge a considerare l'evenienza di modificare il percorso stabilito in precedenza. Mentre guardiamo la cartina seduti a uno dei tavolini del bar, ecco che un'utilitaria arriva dall'adiacente Passo di Valparola e accosta vicino a noi: dall'abitacolo scende un uomo di mezza età in infradito, maniche corte e occhialoni da sole, che ci chiede con estrema naturalezza da che parte debba andare per raggiungere Jesolo... Piuttosto spiazzati improvvisiamo qualche indicazione sommaria cercando disperatamente di non scoppiare a ridergli in faccia: "...mahsa...cortinapoigiù...seguaperbellunopoiconegliano...ètuttosegnatononsipreoccupi..."
Nel frattempo mezz'ora è passata e nessun bar ha ancora aperto, in più il tempo sta continuando a peggiorare. Optiamo dunque di raggiungere il Rif. Valparola (2168m) che si trova sull'omonimo passo, a cui arriviamo attraverso un breve tratto sulla SP24, ancora deserta vista l'ora (se escludiamo i milanesi persi in cerca di località marittime).


In vista del Rif. Valparola (2168m), sovrastato dal magnifico Piz dles Conturines (3064m).

In venti minuti ci siamo e questa volta troviamo aperto. Entriamo nel rifugio dove tira un'aria completamente diversa da quelli visitati il giorno prima: gli avventori sono autoctoni, di sottofondo suona la radio ladina, è tutto più raccolto e meno sguaiato. Un passo alpino è sufficiente a sancire la fine di un mondo e l'inizio di un altro, a livello storico e culturale. Una cortese e anziana signora si occupa del bar e ci serve un ottimo macchiato con strudel. Dopo una sì lauta colazione ci è concesso di fare rifornimento d'acqua, dopodiché usciamo e rientriamo a più riprese cercando di raccapezzarci su come il tempo meteorologico deciderà di giocare con noi oggi. Sopra il rifugio le nuvole scorrono veloci e dense da nord a sud, tira un forte vento e secondo la signora pioverà di certo.
Aspettiamo ancora qualche minuto, poi decidiamo che vale la pena tentare, per cui salutiamo e ci rimettiamo in marcia, questa volta di nuovo per sentieri (segnavia 20A) e nel giro di mezz'ora siamo a cavallo della Forcella Salares (2252m). Il tempo sembra voler premiare la nostra caparbietà (o se non altro pare non voler infierire dopo la slavajàda di due giorni prima), le nuvole si defilano e lasciano il cielo nuovamente limpido e azzurro. Davanti a noi il Piz dles Conturines (3064m) sembra un mare roccioso dipinto da un immenso pennello dalle spesse setole, in fondo riusciamo persino a scorgere la Piana di Fanes, nostro obiettivo della giornata: non potevamo immaginare un benvenuto migliore in Südtirol e in terra Ladina (forcella Salares è una delle vie d'accesso al Parco naturale Fanes - Sennes - Braies).


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Il Piz dles Conturines (3064m) e il Piz dl Lech (2654m). In mezzo scorgiamo la Piana di Fanes.


Privi di preoccupazioni meteorologiche ci avviamo allegri e sollevati lungo il sentiero 18B, che in tre quarti d'ora ci conduce al Rif. Scotoni (2040m), collocato in una conca paradisiaca dove non possiamo fare a meno di fermarci. Ci sono dei lama al pascolo, probabilmente appartengono ai gestori del rifugio: non sembra che i camelidi rimpiangano le Ande sudamericane, dopotutto anche qui la vista è incredibile e si mangia bene. C'è anche una fontana a cui possiamo abbeverarci a sazietà, per una volta senza il pensiero di dover risparmiare acqua.
Prima di partire ci rimettiamo la crema da sole, visto che l'astro è nuovamente infuocato e determinato ad arrostire qualsiasi essere vivente abbia la sfrontatezza di uscire dai ripari ombrosi. Una volta completata l'operazione ci rimettiamo in marcia sul ripido sentiero 20. L'abbondante acqua bevuta ci dona molta energia, per cui procediamo di buona lena e in men che non si dica siamo oltre le balze del torrente, in vista del Lago Lagazuoi (2182m).


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Lago Lagazuoi (2182m) e Colbocia (2405m) visti dal sentiero 20B. Sullo sfondo il Piz Boé (3152m) e altre vette ladine.


Dal laghetto viriamo a nord e prendiamo il ben mantenuto sentiero 20B, continuando la ripida ascesa, talvolta un po' esposta, alla Forcella dl Lech (2486m). Una volta giunti in cima lo sguardo può finalmente correre a nord-est senza mai incappare in insediamenti umani: ora siamo davvero nel profondo della riserva naturale. Proseguiamo lungo il 20B, ora in sassosa discesa per 2,5km e 300m di dislivello negativo circa: per quanto aiutate dai bastoncelli, le ginocchia cominciano a farsi sentire, nel mio caso anche i talloni cominciano a bruciare ad ogni piccola sosta a causa di un paio di pedule troppo larghe usate tanti anni fa, che mi causarono delle piaghe che si ripresentano pur in misura minore ad ogni discesa considerevole. In più, se io ho i capelli abbastanza lunghi da essere protetto, Riccardo è invece rimasto esposto ai raggi impietosi e roventi, che hanno trasformato i suoi capo e coppa in lampioni rossi e pulsanti, nonostante la crema solare applicata allo Scotoni... nomen omen! In circa un'ora raggiungiamo la fiabesca Piana di Fanes, a più o meno 2150m di quota. Cerchiamo disperatamente dell'ombra (sono le 13:30 circa) che finalmente troviamo tra dei pini cembri e dei grossi massi di cui l'intera piana è costellata.


Le pietraie lasciano posto alla leggendaria Piana di Fanes.

Teste fumanti all'ombra e piedi gonfi all'aria, finalmente pranziamo. Piccole nuvolette scorrono pigre sopra di noi, sembra però che questo pomeriggio sarà più clemente dei precedenti, per cui ci concediamo un pisolino postprandiale, rigorosamente al riparo dal sole.
Ci svegliamo che è già pomeriggio inoltrato, alla faccia del pisolino! Fortunatamente è ancora bello, per cui cerchiamo un posto riparato dove piantare la tenda. Qualche lettore potrà domandarsi se la sosta notturna sia possibile in un parco naturale: in effetti no, i cartelli incontrati specificavano chiaramente come ad eccezione del bivacco alpinistico non fosse consentito pernottare, né uscire dal sentiero segnato, né cogliere fiori, eccetera. Tuttavia ci permettiamo di trascorrere la notte lì considerata la nostra massima attenzione nel lasciar tutto come trovato: ci spostiamo dal sentiero solo quanto basta per non essere in vista, non facciamo fuochi né scaviamo canalette, piantiamo il numero di picchetti strettamente necessario e ovviamente mangiamo in tenda senza lasciar cadere nemmeno una briciola o una carta all'esterno. Non abbiamo scelto di accamparci qui per il gusto di infrangere le regole, è la logicità del percorso che lo richiede. Mi piace pensare che il giorno in cui incontreremo una guardia forestale questa riconoscerà la ragionevolezza e il rispetto che ci spingono a trascorrere la notte in ambienti protetti: le misure di tutela sono fondamentali e le condivido pienamente, ma penso che nel nome dell'esperienza che ci rende praticamente invisibili a occhio umano e animale (pure la tendina è mimetica!) possiamo talvolta considerarci esentati da una parte dei divieti.
Fanes è un luogo magico, completamente diverso da qualsiasi altro gruppo montuoso: non mi meraviglio che le popolazioni circostanti nel corso dei secoli abbiano sviluppato interi cicli epici che ruotano attorno a questo ambiente, che sembra meno prono ai vezzi umani rispetto ai gruppi confinanti, tutti più o meno soggiogati dal turismo. Mi sembra quasi che per quanto cerchi di guardare in ogni direzione ci sia sempre qualche Salván che sgattaiola al ciglio del mio campo visivo, mentre dietro a questo o quel masso percepisco la sagoma furtiva di Spina de Mul. Una radura indomita, selvaggia e come sospesa nel tempo e nello spazio, un'oasi primordiale e nascosta nel grande parco-giochi di massa a cui buona parte delle dolomiti sono tristemente ridotte.
Il giorno si spegne lentamente, ascoltiamo e sbirciamo una mandria di vacche che sono riportate in qualche ricovero da un paio di pastori, fugaci apparizioni in ore e ore di nulla. Poi silenzio, interrotto solo da forti raffiche di vento. Uscendo dal sentiero abbiamo avuto modo di notare come in tutta la piana ci sono resti di antiche malghe sotto forma di perimetri composti da sassi, oltre a molte canalette ora in secca che dovevano servire a convogliare l'acqua in diversi punti di raccolta. Chissà quando l'ultimo malgaro ha lasciato questa distesa di erba, morene glaciali e segreti di vento. Chissà se lo sapeva, di essere l'ultimo. Chissà se sapeva che l'autunno non se ne sarebbe più andato davvero dalla piana, che ancora adesso presenta i fossili di un'umanità più misurata, senza i mezzi di strapotere di cui dispone oggi. Forse è un'auto-suggestione arrogante ma continuo ad avvertire, come suggeritami dai massi ed emanata dalle gemme di pino mugo attorno a me, una placata nostalgia da parte della piana per quegli "uomini a misura d'uomo", per quei tempi di comunione precedenti al giorno in cui rinnegammo nostra Madre.
È uno dei momenti più preziosi della mia intera vita, penso che anche Riccardo sia d'accordo con me. Se scrivendo riesco a blaterare qualcosa su quel che ho sentito quella sera, allora non ero in grado di spiaccicare parola. Sentivo solo una grande pace dentro e attorno a me, con un retrogusto agrodolce che sa di antico e di conoscenze troppo grandi per essere alla mia portata.


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La Piana di Fanes all'imbrunire, protetta dalla Furcia Rossa e dal versante nord-est del Piz dles Conturines (3064m).


Mano a mano che la sera scende ci accorgiamo con non poco stupore che ai Fanes, a oltre 2100m di quota e con le temperature che ne conseguono... C'è un esercito di zanzare! Non zanzare tigre (che non sono autoctone) ma culex pipiens, a quanto pare. Sono piuttosto rimbambite, non pungono ma si appoggiano come un mantello brulicante su braccia, cappelli, faccia, mani. Il fatto inizialmente non ci crea problemi, ma dopo diversi minuti perennemente coperti dai frastornati parassiti cominciamo a non poterne più per cui ci chiudiamo a malincuore nella tenda nonostante fuori ci sia ancora un po' di luce.
Discutiamo allora sul da farsi: nel piano "ideale" concepito settimane prima in Olanda era previsto che domani avessimo raggiunto la cima del Piz dles Conturines, a oltre 3000m. Ma io ho le vesciche ai talloni e Riccardo si è buscato un'insolazione bell'e buona, con tanto di croste in testa. Probabilmente stiamo pagando lo scotto di esserci avventurati in quest'impresa senza un serio allenamento. In più abbiamo bisogno di fare rifornimento viveri, abbiamo portato via perlopiù cibo secco e dopo tre giorni di cammino cominciamo davvero a sentire una consistente carenza di zuccheri e liquidi. Decidiamo che l'indomani andremo fino a Cortina e da lì decideremo cosa fare. Ci addormentiamo quasi subito.

GIORNO 4 - dalla Piana di Fanes al Rif. Senes - 18km, 1100D- 400D+

Questa mattina la sveglia suona alle 5:00. Mentre facciamo colazione avvertiamo un inconfondibile scampanio: le vacche tornano al pascolo! Ci sbrighiamo a finire di mangiare: la tenda è circondata dalla piccola mandria, sentiamo lo scampanio farsi sempre più vicino. Ma nessun rumore di essere umano, per cui usciamo e in effetti non ci troviamo che in mezzo alle vacche curiose, che però si stancano in fretta di noi e della nostra casa mobile e si allontanano. Smontiamo in fretta, alle sei in punto siamo in marcia. In mezz'ora raggiungiamo l'Ücia de Gran Fanes (2102m), una malga al fianco della quale troviamo un'ampia fontana a cui ci abbeveriamo e riforniamo. Ammiriamo le foci del Rü de Fanes, nome che ai più non dirà molto, eppure è lo stesso torrente che più in basso la gente chiama Bóite.


Le foci del Rü de Fanes all'alba, che scorre verso sud-est.

Dopo esserci idratati a dovere, ci avviamo lungo la mulattiera segnavia 10. Il sole riprende a scottare già verso le 7 di mattina, per cui giù zaino e via con un'altra abbondante spalmata di crema. Riccardo improvvisa un ingegnoso copricapo ispirato ai grandi faraoni egizi utilizzando dei pantaloncini e trova finalmente un metodo soddisfacente per proteggersi dai dardi incandescenti. Mano a mano che scendiamo il bosco riprende possesso della radura, il torrente scroscia in buona salute al nostro fianco e in un'oretta usciamo a malincuore dal parco naturale di Fanes per entrare in quello delle Dolomiti d'Ampezzo. Oltretutto cominciamo ad incrociare i più o meno trafelati corridori dell'Ultra Trail, una competizione di trail running (corsa in montagna, ndr) che proprio in questi giorni ha inizio: è la fine dell'incantesimo.
La lunga e continua discesa combinata con il pesante zaino, nonostante i bastoncelli, ci fracassa le ginocchia e peggiora la condizione dei miei talloni: ormai cammino quasi in punta dei piedi e ogni volta che provo a caricare sui calcagni dei dolori lancinanti mi fanno quasi perdere l'equilibrio, fatico persino a tenere il passo. Mano a mano che ci avviciniamo a Cortina incontriamo più e più gente. Passiamo persino a poca distanza da un centro sportivo dove i megafoni strillano i nomi dei bambini che partecipano al torneo estivo di calcetto. L'aria si fa satura di motociclette e di Muzak più o meno molesti, veniamo sorpassati da diversi ciclisti... eccoci tornati al "nostro" mondo.


Il Rü de Fanes diventa il Boite, poco prima di sfociare nella sguaiata "civiltà".

Arriviamo a Cortina verso ora di pranzo, evitiamo di avvicinarci troppo al centro, ci sdraiamo all'ombra di un albero all'angolo di una stradina e mettiamo qualcosa sotto i denti. Ora bisogna decidere cosa fare, Ricky vorrebbe continuare e risalire verso il Cristallo, io sono più titubante. Mentre mangiamo faccio fatica ad affrontare la questione, mi sento un po' sconfitto e non è facile restare nella parte del più malmesso senza sentirsi in colpa di fronte all'energia del compagno. Forse mio fratello intuisce come per me la scelta non sia né facile né piacevole, per cui mi dice di prendermi il mio tempo, poi si sdraia e si addormenta quasi subito. Anch'io mi sdraio, ma non riesco a dormire... Mi sento sfiancato, sono mortificato per questi dannati talloni e per il dolore alle gambe, guardo il cielo azzurro e i monti attorno a me, cerco di ascoltare e di sentire se mi suggeriscono qualcosa... ma nulla. Solo rumore di macchine, gente e tagliaerba. Guardo con il cellulare il bollettino meteo, disponendo per la prima volta di una connessione dati decente: dicono che domani ci sarà allerta meteo in tutte le dolomiti, con forte probabilità di temporali. Mi concedo ancora qualche minuto, tanto Ricky se la dorme della grossa... Non ho ancora una risposta univoca in testa, non penso che arriverà. Allora agisco di prudenza: sveglio Riccardo e gli dico che non me la sento di continuare. Cerco di consolarci dicendo che l'estate è appena iniziata, che ci rifaremo, senza convincere né lui né me. Lui prova gentilmente a farmi cambiare idea, senza riuscirci. Sono il primo ad avere dubbi ma sento di non voler ritrattare. Allora ci alziamo e ci avviamo verso il centro, dove prenderemo un autobus che ci riporterà a San Vito.
Troviamo un bar dove prendiamo una coca a testa. Ricky va in bagno, io lo aspetto al banco e nel frattempo cerco di far sedimentare il ribollente senso di delusione nei miei stessi confronti. Il gestore concorda sulla scelta fatta, questo mi aiuta un poco. Ricky ritorna al banco, beve anche lui la sua coca, chiediamo qualche informazione sugli autobus e ce ne andiamo salutando.
Alle 14:15 siamo sull'autobus che ci riporta a San Vito di Cadore (1010m), le vette accarezzate così da vicino nei giorni scorsi ora scivolano via alla nostra destra. Smontiamo a San Vito, dove la simpatica vecchietta che presidia l'albergo Cima Belprà si offre di tenere i pesanti zaini mentre noi andiamo a recuperare la macchina, 4km più in su, al Rif. Senes (1214m).
Senza zaino mi sembra di volare, i talloni ora sono sopportabilissimi. Vado su per via Senes come un treno, sento che è il mio modo di sfogare la negatività e il senso di inadeguatezza. Mi fermo ogni tanto ad aspettare Riccardo che non ha nessuna negatività da espellere in forza lavoro, poi riparto in quarta. Arriviamo alla macchina in mezz'oretta, che per me è stata terapeutica per ritrovare la serenità. Ci rimettiamo gli indumenti leggeri e cambiamo gli scarponi con le scarpe da ginnastica. Ora discutiamo di cosa fare del pomeriggio e del giorno seguente, decidiamo di andare direttamente a trovare i nonni, che vivono a Lavarone, non li vediamo da un bel pezzo. La delusione fa quasi sorridere ora, ci avviamo verso l'albergo dove una volta giunti recuperiamo gli zaini e ringraziamo.

Verso le tre del pomeriggio chiamiamo i nonni dicendogli che saremmo arrivati nel giro di tre orette, poi accendiamo la musica e ci avviamo lungo la SS51 in direzione Belluno. Sono stati quattro giorni molto intensi che se da un lato sono volati dall'altro sembrano essere durati molto più di 72 ore. Mentre le nuvole si ostinano sulle cime dolomitiche noi sfiliamo già di fronte alla diga del Vajont e poi nella industriosissima padano-veneta Ponte nelle Alpi e poi Feltre e così via, inondati da un sole dorato che brilla di buoni auspici. Dopo un buon sonno Ricky si sveglia, siamo già in Valsugana: il giorno sta tramontando mentre mio fratello e io parliamo di musica, dell'esperienza appena trascorsa e di quelle che abbiamo intenzione di vivere nell'estate di quest'anno e in quelle degli anni a venire... Ma ora andiamo a salutare i nonni.


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In allegato il file kml.
« Ultima modifica: 27/09/2017 17:49 da Matteo Nicolin »
Matteo Nicolin

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Offline AGH

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Wow! Che giro! Bellissimo, e bellissime foto, complimenti! Conosco questi posti solo di fama, e per esserci passato in moto  ;D Troppo lontani per me, chissà un domani magari con un piccolo camperino... Grazie per la condivisione! :)

Offline southernman

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Complimenti!

Ho fatto quasi  tutti questi sentieri, mai tutti insieme. Sono zone splendide alle quali sono molto legato

Offline Oma

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Complimenti Matteo, bellissima relazione e gran bel giro!  :) Son posti che anch'io conosco abbastanza bene e frequento sempre a "rate"  ::) ... un giorno qua, un giorno là.  ;) Ciao!!

Offline edel

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Grazie Matteo per questa bella relazione di  trekking che ho letto molto piacevolmente  :D   Può offrire anche ottimi spunti per qualche giretto in zona da fare in giornata. 
Complimenti, belle anche le foto!

Offline DDT

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Gran bel giro Matteo!
Sono zone che conosco bene, escluso l'accesso da San Vito del 1° giorno.
Il racconto poi è talmente piacevole...che ti perdono l'errore nella didascalia dell'ultima foto del giorno 3 :)
(a sx Cima Campestrin Nord e a dx Piz Taibun, non Furcia Rossa e Conturines)